
Che differenza c’è tra cinese e giapponese? Che cosa hanno in comune le due lingue? Scopriamolo in questo articolo!
Sebbene il cinese sia parlato da oltre un miliardo di persone al mondo, il giapponese è probabilmente la lingua più popolare grazie all’influenza dei manga e degli anime. Ma qual è la differenza tra cinese e giapponese?
Per quanto nell’immaginario collettivo le due lingue possano apparire molto simili, data anche la vicinanza culturale e geografica, in realtà presentano delle differenze piuttosto evidenti, a cominciare dalla famiglia linguistica di riferimento.
Il cinese (普通话, in giapponese: 中国語) fa parte delle lingue sinotibetane e, più specificamente, delle lingue cinesi, famiglia di cui fa parte anche il cantonese. Viene chiamato comunemente “cinese mandarino” poiché la sua standardizzazione si basa proprio sul cinese mandarino (官话) e più precisamente sul dialetto di Pechino (北京话).
Il giapponese (日语, in giapponese: 日本語), invece, appartiene alla famiglia delle lingue nipponiche, parlate appunto in Giappone e nelle isole Ryūkyū.
Al netto di queste importanti differenze, cos’hanno in comune le due lingue? Quali sono le differenze maggiori? Non ci resta che scoprirlo.
Ripasso e approfondimentoCome di consueto vi propongo il ripasso di una parola cinese attraverso l’ausilio dei vecchi articoli. Questi vi saranno molto utili anche nel proseguo dell’articolo, in quanto vi faranno capire meglio le differenze con il giapponese. La parola di oggi è: 日 (rì, sole/giorno).
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Cinese e giapponese a confronto
Prima di cominciare è necessario precisare che, dal momento che la mia conoscenza del giapponese è piuttosto elementare, le differenze presentate in questo articolo saranno quelle più evidenti, riconoscibili anche da chi non è particolarmente esperto nelle due lingue.
In secondo luogo, per evitare confusione con le scritture e/o le romanizzazioni, le frasi in cinese semplificato verranno scritte in rosso, quelle in cinese tradizionale (ove necessarie) in giallo, mentre quelle in giapponese in blu.
Sistema di scrittura
In cinese non esiste alcun alfabeto, in quanto il sistema di scrittura utilizzato è quello dei caratteri (汉字, hànzì), i quali non hanno alcuna correlazione diretta con il suono della parola.
Più complicato – o più semplice a seconda dei punti di vista – è il giapponese. Questa lingua, infatti, prevede tre sistemi di scrittura:
- kanji (漢字, caratteri cinesi): anche se, come vedremo, non c’è un’esatta corrispondenza tra cinese e giapponese;
- hiragana (平仮名): si tratta di un sillabario, ed è il principale sistema di scrittura locale. Viene utilizzato in combinazione con i kanji, o in loro sostituzione quando non si conosce la scrittura di questi ultimi;
- katakana (片仮名): altro sillabario locale, utilizzato in particolar modo per la trascrizione fonetica di parole di origine straniera.
Caratteri cinesi
Entrambe le lingue, dunque, utilizzano i caratteri cinesi (汉字 hànzì, 漢字 kanji). Tuttavia, come già anticipato, non è sempre facile riconoscerli nel passaggio da un idioma all’altro.
In cinese è necessario fare un’ulteriore distinzione riguardo ai caratteri. Nella Repubblica popolare – quella che comunemente chiamiamo Cina – i caratteri semplificati sono quelli ufficiali, adottati negli anni ’50 del secolo scorso; nell’isola di Formosa – meglio nota come Taiwan -, invece, si usano ancora oggi quelli tradizionali.
Nel giapponese la distinzione non è così semplice in quanto li utilizza entrambi. Inoltre, rispetto al cinese. alcuni caratteri sono inediti, possono avere un significato diverso o possono essere combinati con le sillabe hiragana.
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Ad esempio: Utilizzo di caratteri semplificati
Utilizzo di caratteri tradizionali
Varianti giapponesi di caratteri cinesi
Caratteri uguali con significato diverso
Kanji combinati con sillabe hiragana
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Romanizzazione
Il sistema di romanizzazione correntemente in uso nel cinese standard è il pinyin (拼音), composto da un insieme di iniziali e finali che, combinate tra di loro, fornisce tutte le sillabe esistenti nella lingua. In passato venivano usati altri sistemi, tra cui il più noto è il Wade-Giles, riscontrabile ancora oggi nei nomi di persona e nei toponimi di Taiwan.
Il giapponese, invece, utilizza il rōmaji (ローマ字), il cui sistema attualmente più diffuso è il sistema Hepburn. Questo venne pubblicato dal missionario medico James Curtis Hepburn nel 1867, modificato nel 1908 e aggiornato ulteriormente negli anni successivi.
Pronuncia
Cinese e giapponese si differenziano anche per la presenza di suoni inediti tra una lingua e l’altra, come la pronuncia della lettera “r” o la presenza in cinese delle lettere “x” e “l”.
In giapponese, però, bisogna tenere conto che ogni kanji ha almeno due pronunce:
- kun’yomi (訓読み): di origine giapponese, utilizzata in particolar modo quando i caratteri compaiono singolarmente;
- on’yomi (音読み): di origine cinese, utilizzata soprattutto quando i kanji fanno riferimento a parole composte
Nonostante la provenienza, la pronuncia on’yomi non ha una corrispondenza immediata con il cinese. I kanji, infatti, sono stati introdotti nel corso dei secoli, anni in cui anche la pronuncia del cinese è mutata fino ai giorni nostri.
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Ad esempio:
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Toni
Uno dei problemi principali nell’apprendimento del cinese è dato dal fatto che si tratta di una lingua tonale. Ciò significa che ogni sillaba è provvista di toni, e che una loro pronuncia errata cambia completamente il senso della parola, o della frase, in questione.

Il giapponese, invece, non è una lingua tonale, per cui le parole possono essere pronunciate senza queste difficoltà.
Segni grafici
Nel pinyin possiamo riconoscere i vari toni grazie ai rispettivi segni grafici; dal primo al quarto tono, ad esempio, la sillaba “ma” si scrive: mā, má, mǎ o mà. Viene riportata come “ma” senza alcun segno quando la sillaba deve essere pronunciata con un tono neutro.
Anche in giapponese, però, è possibile trovare dei segni grafici, nello specifico il macron (¯), come nella parola “chūgoku” (中国) vista in precedenza. In questo caso il trattino sopra la “u” non indica un “primo tono”, bensì una vocale lunga. Lo si può trovare anche nella “o” lunga e, nelle parole di origine straniera, in tutte le vocali lunghe.
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Ad esempio:
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Sillabe
Una differenza importante tra cinese e giapponese riguarda il numero di sillabe di cui sono composti i caratteri. In cinese, infatti, sappiamo automaticamente che ogni carattere corrisponde a una sillaba; in giapponese, invece, non c’è un numero fisso.
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Ad esempio:
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Parole
Nell’esempio precedente abbiamo visto come la parola italiana “io” non venga tradotta nello stesso modo nelle due lingue. Ciò è sufficiente per capire che la comprensione dei caratteri cinesi e giapponesi non è automatica nel passaggio da una lingua all’altra.
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Ad esempio:
Può capitare altresì che il sinonimo più utilizzato in Giappone sia quello meno diffuso in Cina, e viceversa. Ad esempio:
È altrettanto possibile che ad alcune parole giapponesi non corrisponda alcun kanji. Ad esempio:
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In ogni caso la sola conoscenza dei caratteri cinesi non è di per sé sufficiente per capire il senso delle frasi in giapponese.
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Ad esempio:
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Struttura della frase
La struttura della frase è probabilmente una delle differenze maggiori tra le due lingue: il cinese ha una struttura S-V-O (soggetto-verbo-oggetto) come l’italiano; il giapponese, invece, ha una struttra S-O-V, in cui verbo e oggetto sono dunque invertiti.
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Ad esempio:
我是中国人
私は中国人です
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Particelle
Rispetto alle lingue europee, cinese e giapponese si caratterizzano per la presenza di particelle, elementi grammaticali che, nella loro semplicità, sono fondamentali per attribuire particolari significati alle frasi. Tuttavia non c’è una grande coincidenza nel loro utilizzo tra le due lingue.
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Ad esempio, coincide l’utilizzo delle particelle:
Non esistono però in cinese le particelle:
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Classificatori
Anche i classificatori sono tipici delle lingue orientali, fondamentali per quantificare persone, animali e qualsiasi altra cosa. Come già visto per le particelle, a parità di significato i caratteri utilizzati sono diversi.
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Ad esempio, non c’è coincidenza con il classificatore:
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Cinese e giapponese, quindi, sono due lingue ben diverse, sia riguardo alla pronuncia che alla scrittura. Detto questo non mi resta che salutarvi: 再见!
Classe 1986. All’università ho scoperto la lingua cinese ed è stato amore a prima vista, tanto che da allora ho continuato a studiarla da autodidatta.
Nel blog, oltre a parlarvi della cultura cinese, cercherò di rendervi più familiare una delle lingue più incomprensibili per antonomasia.
Potete contattarmi scrivendo a: m.bruno@inchiostrovirtuale.it




