Storia e usanze del Capodanno sardo: Lisetta-Carmi-Orgosolo-festa-della-candelaria-1966

Dopo avervi raccontato le tradizioni del Capodanno nel mondo, facciamo tappa in Sardegna per conoscere la storia e le usanze del Capodanno sardo.

Il Capodanno sardo

In Sardegna ci fu un tempo in cui il Capodanno non ricadeva a gennaio, giacché prima del 1582 era in uso un calendario basato sull’anno agricolo (retaggio della lunga dominazione bizantina) che cominciava da settembre, quando venivano stipulati i nuovi contratti per la coltivazione della terra e la custodia del bestiame; non a caso, in sardo settembre si traduce cabudanni, cabudanne, cabidannu o capidanne, dal latino caput anni.

Con l’emissione della bolla Inter gravissimas da parte di papa Gregorio XIII, avvenuta proprio nel 1582, venne introdotto il calendario gregoriano a cui si adeguò anche l’Isola. Fu così che il Capodanno sardo slittò a gennaio, andando a coincidere con le calendae januarii dell’epoca romana, e da ciò deriverebbero – secondo quanto riportato dalla saggista Dolores Turchi ne “Le tradizioni popolari della Sardegna” – i termini candelarìa, candelarzu, candelarju e candeletta, ancora in uso per indicare la tradizionale questua d’inizio anno.

La questua di Capodanno in Sardegna

Come accennato poc’anzi, il primo dell’anno era giorno di questua in Sardegna: le famiglie abbienti facevano la carità ai poveri, bambini e adulti che, col capo e il volto coperti per non farsi riconoscere, si presentavano ai loro usci; secondo le credenze di allora, erano le anime dei defunti, che tornavano sulla terra durante la transizione dal vecchio al nuovo anno.

I questuanti intonavano delle filastrocche per augurare ai benefattori prosperità e – nel caso di coppie senza prole – l’arrivo di un figlio:

“Viva viva s’allegria (viva viva l’allegria)
E a terra sos ingannos (e a terra gli inganni)
Bonos prinzipios d’annos (buon inizio d’anno)
Bos det Deus e Maria (vi concedano Dio e Maria)
Viva viva s’allegria (viva viva l’allegria).

E unu lizu, unu lizu (e un giglio, un giglio)
E Deus bos diat fizu (e Dio vi doni un figlio)
A gustu vostru e non meu (che sia di vostro gradimento)
E fizu bos diat Deus (e un figlio Dio vi doni)”.

Di solito ricevevano del pane (su cocone), tuttavia – quando capitava che se ne andassero a mani vuote – alcuni di loro terminavano la filastrocca con una maledizione (su frastimu) ripresa dalla Turchi nel suo libro:

“Non bos arvescat ghennarju (che non possiate vedere l’alba di gennaio)
pezzi sa terra nighedda (ma solo la terra nera)”.

Sa candelarìa di Orgosolo

A Orgosolo, nell’entroterra barbaricino, il rituale dell’antica questua di Capodanno – Sa candelaria – resiste tutt’oggi, seppur con alcune differenze rispetto al passato. La mattina del 31 dicembre la questua è affidata ai bambini fino ai 12 anni, che raccolgono frutta, biscotti e persino soldi oltre al pane rituale, in sacchi di tela; invece la notte è il turno dei grandi, che bussano nelle case dei novelli sposi da cui ricevono anche cioccolati e liquori.

Le filastrocche beneauguranti si cantano ancora, a cappella o accompagnate dalla fisarmonica o altri strumenti. Di seguito un estratto (crediti di Maria Vittoria Pericu):

L’usanza è viva anche a Benetutti, nel Goceano, dove prende il nome di “Su candelarzu“.

I pani rituali del Capodanno sardo

In diversi paesi, è tradizione preparare dei pani rituali da destinare alla questua o come regalo a parenti e vicini. Uno di essi lo abbiamo già citato ed è su cocone: una focaccia a forma di disco preparata con semola, acqua, sale, strutto e lievito; in superficie è praticata un’incisione a croce che ne permette la suddivisione in quattro parti uguali, ciascuna delle quali è incisa a sua volta con lo stesso simbolo; ai bambini se ne dà un quarto, talvolta metà.

Su cocone, pane tipico del Capodanno di Orgosolo
Su cocone (crediti: Tiziana Fenu).

La Turchi riferisce anche di altri pani rituali, che – originariamente – venivano preparati dalle mogli di pastori e contadini come buon auspicio per l’anno a venire:

  • sa tunda di Busachi (OR), che veniva decorata con incisioni di strumenti agricoli o figure pastorali in rilievo;
  • sa rughitta e s’aione di Samugheo (OR), pani a forma di croce e di giogo che venivano punti tre volte (perché si sperava che a ogni puntura corrispondessero altrettante misure di grano il raccolto successivo), benedetti da tre donne di nome Maria (sas tres Marìas) e poi regalati;
  • su cabude di Ozieri (SS) e sa pertusita di Benetutti (SS), che venivano spezzati sulle teste del primo figlio o del primo vitello nato, come rito propiziatorio (usanza che ricorda il sacrificio del primogenito per assicurarsi la benevolenza degli dèi).
Sa tunda, pane tipico del Capodanno sardo
Sa tunda.

Su trigu cotu

Mangiare su trigu cotu (il grano cotto) il 1° gennaio è di buon auspicio in Sardegna, tant’è che la formula “Saluti e trigu” (salute e grano) si pronuncia per augurare un anno pieno di salute e soldi. Questa tradizione è tipica del Sulcis-Iglesiente, in cui il grano cotto si serve a colazione con il latte, ma anche di Campidano e Marmilla, dov’è diffusa la versione con la saba (il mosto cotto).

Come prepararlo ce lo racconta Jessica Cani, secondo la sua ricetta di famiglia. S’inizia la mattina del 31 dicembre con la pulizia del grano, che successivamente dovrà rimanere in ammollo almeno 12 ore in sa scivedda (un recipiente di terracotta dai bordi alti) e, a tarda sera, cuocere fino a che non rigonfia (si controlla a occhio, poiché assaggiare in fase di realizzazione è creduto un atto di sfida).

A questo punto, il grano si fa riposare nella pentola avvolta da una coperta per tutta la notte, in modo che completi la cottura, all’interno di sa crubi (un contenitore di paglia concavo). Il 1° gennaio si serve a colazione con latte di pecora, miele o zucchero all’occorrenza, e lo si offre anche alle persone care.

Mangiare su trigu cotu è considerato di buon auspicio in Sardegna
Su trigu cotu (crediti: Jessica Cani).
Consigli di lettura

A Capodanno è considerato di buon auspicio anche mangiare le lenticchie; nell’augurarvi un 2023 ricco di salute, soldi e soddisfazioni, vi lasciamo con l’articolo dedicato proprio a questi legumi: “Lenticchie: valori nutrizionali, proprietà e ricette“. Buona lettura e al prossimo anno!


Sitografia e bibliografia

Scritto da:

Jessica Zanza

Giornalista e blogger con un passato da farmacista.
Sono una delle fondatrici del sito, di cui curo la parte editoriale.
Per contattarmi, inviate una mail a: j.zanza@inchiostrovirtuale.it