Matteo Berrettini Madrid 2021

Berrettini, il cui percorso tennistico offre parecchi spunti, sta ottenendo risultati straordinari, eppure non se ne parla quanto meriterebbe.

Berrettini, il n. 1 d’Italia dimenticato

Mediaticamente la scena del tennis italiano è piuttosto monopolizzata da Sinner e Musetti. Anche su queste pagine abbiamo parlato di loro. Eppure in questo momento c’è un altro giocatore che meriterebbe altrettanta attenzione (se non di più): n. 1 d’Italia, n. 9 del Mondo (e già n. 8) da lunedì, una semifinale agli US Open 2019, una partecipazione alle ATP Finals (il torneo riservato ai primi otto giocatori del mondo), quattro titoli ATP e fresco di finale al Master 1000 di Madrid, che giocherà oggi stesso (domenica, ndr).

Stiamo parlando di Matteo Berrettini, un giocatore ancora poco celebrato ma la cui carriera nel tennis che conta è iniziata relativamente da poco e potrebbe regalare tante altre soddisfazioni. Va detto che quest’anno un po’ di attenzione nei suoi confronti è venuta meno anche a causa di un infortunio all’addome che l’ha tenuto lontano dai tornei per diverse settimane. Prima di buttarci sul presente e sul futuro, è bene analizzare il passato e l’ascesa di Berrettini, che sono un emblema del valore che bisogna dare al tennis giovanile.

Il passato e l’ascesa di Berrettini

Chi ha seguito un po’ di tennis giovanile negli ultimi dieci anni ricorderà quella che veniva dipinta come la generazione d’oro del tennis italiano, quella dei giocatori nati nel 1995-96. L’annata è esattamente quella di Berrettini (1996), oltre che quella di Sonego (1995, altro che meriterebbe più attenzioni). I pronostici potrebbero dirsi rispettati alla luce dei loro risultati, invece furono totalmente sbagliati. All’epoca, infatti, né Berrettini né Sonego avevano alcun rilievo nel tennis giovanile. Probabilmente erano ragazzini neanche molto convinti di avere nel tennis il proprio futuro.

I “Quattro Moschettieri” del tennis giovanile italiano

I nomi maggiormente portati erano altri: Baldi (1996), Donati (1995), Napolitano (1995) e, ovviamente, Quinzi (1996). Quest’ultimo era il più considerato del lotto, sia perché sin da giovanissimo (ma veramente giovanissimo) se ne parlava un gran bene, sia perché – soprattutto – si aggiudicò l’edizione 2013 di Wimbledon jr. Quinzi dominò un torneo a cui presero parte Zverev, Medvedev, Kyrgios, Chung, Coric, Edmund, Khachanov, Djere, Kokkinakis, Garin, Jarry, Marterer e Norrie. Tutti giocatori che, seppur a livelli diversi, hanno raggiunto il tennis che conta, entrando in top-100.

Tutti tranne proprio il vincitore del torneo, che fra spigolosità caratteriali, limiti tecnici ed anche una certa dose di sfortuna si ritrova a 25 anni a dover decidere se continuare o meno la propria carriera tennistica, dopo un periodo in cui sembrava poter entrare nei primi cento giocatori del mondo. Il tennis giovanile, dunque, è sì una piccola anteprima di chi sbarcherà nel professionismo che conta, ma che poi non sempre restituisce l’esatto valore dei singoli giocatori.

Anche i rimanenti dei “Quattro Moschettieri” non hanno avuto fortuna: Baldi, forse il più tecnico ma anche il più debole fisicamente, è crollato anche lui sul più bello per motivi personali; Donati, il più completo del lotto, è stato massacrato dagli infortuni e sta riprendendo timidamente a giocare solo quest’anno, dopo almeno due anni di problemi fisici; Napolitano, forse il più potente, non è riuscito a progredire fisicamente e completarsi tecnicamente. All’improvviso si iniziò a fiutare che, per motivi diversi, i Quattro Moschettieri si sarebbero infranti sullo scoglio dei challenger.

Detto che sono numerosi gli esempi di giocatori (soprattutto italiani) entrati nei primi cento del mondo non in tenera età, fu comunque chiaro che nessuno di questi tennisti avrebbe rispettato le aspettative (quasi sempre molto, troppo alte) che molti nutrivano nei loro confronti. La generazione d’oro, improvvisamente, sembrava destinata a lasciare invece un vuoto generazionale. Fortunatamente quel buco è stato riempito un po’ a sorpresa.

Entra in scena Berrettini

Timidamente, fra appassionati e addetti ai lavori, si inizia a parlar bene (oltre che di Sonego) di un giocatore ancora piuttosto indietro in classifica, ma che molti affermano essere dotato di un buon potenziale, vale a dire proprio Berrettini. La prima volta che lo vidi, alle primissime apparizioni in un challenger (in quel caso sul cemento), l’impressione non fu molto positiva: il dritto era già potente, ma non di rado perdeva le misure e soprattutto spesso lo portava incrociando le braccia in maniera piuttosto goffa; il rovescio, inoltre, era molto inconsistente.

Esce per un po’ di tempo dai miei radar e, quando ci ritorna, sembra un giocatore molto differente. L’occasione in cui ho potuto maggiormente apprezzarlo è stato al Challenger di San Benedetto del Tronto nel 2017. Fu il primo torneo di questa categoria che si aggiudicò e lo fece in maniera autoritaria, dominando praticamente tutti gli avversari con un gioco potente e consistente. Nonostante alla fine di quel torneo sarebbe stato “solo” intorno alla posizione n. 170 del ranking, l’impressione di avere di fronte il giocatore più solido e promettente del tabellone era abbastanza palese. Per intenderci, in quel torneo sovrastò in finale Djere, classe ’95, che grazie a quel risultato entrò nei primi 100 del mondo.

Berrettini raggiunse questo stesso traguardo solamente l’anno successivo, a quasi 22 anni. Ci tengo a sottolineare l’età perché spesso, nelle critiche gratuite che si leggono a Sinner e Musetti, si dà per scontato che loro debbano essere dove sono alla loro età (19 anni entrambi, con Sinner che ne farà 20 ad agosto). Per alcuni, probabilmente, arrivare nei primi cento giocatori del mondo dopo i vent’anni sarebbe un risultato deludente. Magari, se si desse retta ad alcuni di questi fini intenditori, Berrettini oggi avrebbe dovuto essere già un ex giocatore, rinunciando a tutti gli strepitosi risultati raggiunti.

Il 2019 e gli inizi nel circuito maggiore

Il primo anno in cui Berrettini gioca con continuità nel circuito maggiore è il 2019 ed è forse l’anno solare in cui un giocatore ha fatto registrare il miglioramento più grande degli ultimi anni. Matteo inizia la stagione sperando di consolidare la propria posizione in classifica, facendo esperienza e capendo magari come muoversi ai massimi livelli. Invece arriva a fine stagione con all’attivo una semifinale Slam (un anno dopo quella di Cecchinato a Parigi), due titoli ATP e una partecipazione alle ATP Finals di fine anno, avendo chiuso la stagione al n. 8 del mondo. Un’annata senza eguali nel tennis italiano post-Panatta e post-Barazzutti.

Il timore che moltissimi avevano era quello materializzatosi proprio con Cecchinato: aver visto l’apice di un giocatore, destinato a non ripetersi in futuro. Il 2020 aveva fatto vacillare le certezze di qualcuno, visto che Berrettini ha mantenuto la sua ottima classifica solamente grazie al (o “per colpa del”, a seconda dei punti di vista) ranking congelato a causa della pandemia. I risultati nei pochi mesi giocati nello sciagurato 2020 sono stati piuttosto deludenti, ma era chiaro che fossero mesi da considerare poco per la loro particolarità.

Il 2021 e l’infortunio all’addome

Il 2021, invece, è partito con tutt’altro sapore. A parte un sconfitta in quarti di finale ad Antalya contro l’ottimo Bublik, Matteo ha trascinato l’Italia nella ATP Cup (competizione a squadre) giocando un tennis di altissimo livello e arrendendosi solo a Medvedev in finale. Agli Australian Open sembrava altrettanto in palla, agli ottavi avrebbe dovuto affrontare Tsitsipas ma purtroppo, durante la partita contro Khachanov, ha accusato un brutto infortunio all’addome (uno strappo) che gli ha impedito di scendere in campo contro il greco e per molte settimane a venire. Un peccato, perché è probabile che oggi Berrettini, almeno della Race (la classifica che tiene conto solo dei punti da gennaio in poi), sarebbe potuto essere veramente nelle primissime posizioni.

Il ritorno in campo

Nonostante il recupero dall’infortunio sia stato più lungo del previsto, probabilmente anche per una certa cautela, il ritorno in campo è stato talmente positivo da stupire lo stesso Berrettini. Dopo il primissimo incontro a Montecarlo, in cui ha perso subito, ha inanellato una serie positiva che lo ha portato a vincere prima il torneo di Belgrado in finale contro Karatsev, uno dei giocatori del momento (che in semifinale aveva battuto Djokovic in una delle più belle partite dell’anno), e ora in finale a Madrid.

La vittoria di ieri sera (sabato, ndr) contro Casper Ruud è stata probabilmente la più bella di un tennista italiano in tutto il 2021 (e di belle vittorie ne possiamo contare già parecchie) per almeno due motivi: anzitutto il livello di gioco espresso è stato altissimo in termini assoluti; inoltre ciò assume ancor più valore perché l’avversario è per distacco uno dei migliori giocatori su terra al mondo e probabilmente mai negli ultimi tempi lo si è visto così in balia dell’avversario.

Mattero Berrettini 2

Stasera (domenica, ndr) dovrà affrontare Zverev, che sembra piuttosto in forma, ma il Berrettini di ieri sera ha le sue buone possibilità di portare a casa un Master 1000, come fatto due anni fa da Fabio Fognini a Montecarlo. La variabile della partita (oltre il servizio di Zverev, fattore enorme per qualunque suo avversario) sarà la tenuta mentale di Berrettini, alla prima finale in un torneo di questo livello. Finora è sempre apparso solido sotto questo punto di vista e comunque, alla luce del suo palmares, ha già giocato partite altrettanto prestigiose, quindi si può essere tiepidamente ottimisti sotto questo aspetto.

Analisi tecnica del giocatore

Al netto di quello che è il percorso di Berrettini, è interessante capire che tipo di giocatore è, perché rappresenta veramente una particolarità nel panorama italiano. Negli anni più recenti, l’Italia ha avuto pochi giocatori molto potenti nei colpi da fondocampo e al servizio. Sanguinetti, Volandri e Starace, i migliori giocatori precedenti la generazione ancora in attività, non avevano nella potenza un loro punto di forza; Bracciali, con una carriera sicuramente inferiore, è stato un giocatore più offensivo e potente.

Già con l’avvento di Fognini e Seppi si sono visti giocatori più incisivi da fondocampo, sebbene entrambi abbiano impiegato qualche anno per aumentare i km/h dei propri colpi. L’unico giocatore della loro generazione ad avere una palla veramente pesante è Simone Bolelli, la cui carriera rimane un grosso rimpianto per molti tifosi; con un fisico maggiormente collaborativo, probabilmente parleremmo di un percorso tennistico decisamente migliore.

Berrettini si distingue dai suoi connazionali

Berrettini invece è il primo italiano di un certo tipo: fisicamente imponente (1,96m), con un servizio e un dritto implacabili. Sembrerebbe più il prototipo di un giocatore americano che non di uno italiano, però c’è molto di più del semplice bombarolo noioso à la Isner. In Italia la formazione tennistica è molto diversa da quella americana. Spesso formarsi principalmente su terra è stato visto come un limite ed effettivamente lo è stato, perché i nostri giocatori prendevano schiaffi da chiunque appena mettevano piede fuori dal mattone rosso; non una circostanza simpatica, visto che gran parte dei punti ATP si assegna sul cemento.

A lungo andare, però, quello che era un limite è diventato un punto di forza. Una volta che ai campi in terra battuta sono stati affiancati anche dei campi in cemento, si è guadagnata una maggiore confidenza con superfici più veloci e diverse per approccio tattico. Allo stesso tempo, però, i giocatori hanno continuato a coltivare quelle variazioni (back e palle corte in particolare, ma anche effetti in topspin) che è più difficile esplorare giocando solamente sul cemento. Non è un caso se oggi la maggior parte degli italiani è composta da giocatori piuttosto vari, dalle prime linee (Fognini) alle seconde (Caruso, Cecchinato, Travaglia, Gaio).

Il rovescio in back

Berrettini, ovviamente, non fa eccezione. Anzitutto il fatto di formarsi nella “scuola italiana” e le concomitanti difficoltà con il rovescio bimane lo hanno portato a lavorare tantissimo sul rovescio in back. Oggi possiamo tranquillamente affermare che il suo è uno dei migliori rovesci in back al mondo: basso, profondo, veloce e preciso. Nel panorama attuale sono pochissimi quelli che sanno padroneggiare così questo colpo (che è stato importantissimo anche ieri contro Ruud).

Oggi anche i giocatori con il rovescio a una mano non hanno la sensibilità che ci si potrebbe aspettare: Tsitsipas lo usa solo come soluzione difensiva di contenimento, così come molto spesso Shapovalov. Thiem invece lo ha affinato solo nell’ultimo anno e mezzo (nonostante un rovescio in topsin già devastante) con ottimi risultati. Fra i giocatori più giovani, forse solo Musetti è l’unico che lo gioca come scelta tattica e non come semplice necessità difensiva (anche qui, nonostante il colpo coperto sia splendido). Più in generale, di nuovo, molti dei migliori a padroneggiare il back sono tennisti italiani. Oltre a ciò, Berrettini vanta buonissime soluzioni di tocco e una buona copertura della rete (anche se è talmente potente che spesso non gli serve giocare la volée quando attacca).

La tenuta fisica

Oggi che anche il rovescio bimane è decisamente migliorato ed è un colpo quantomeno affidabile, con cui ogni tanto riesce anche a spingere (nonostante si possa ancora perfezionare), l’incognita principale resta sempre quella della tenuta fisica. Berrettini, nonostante la stazza, è migliorato tantissimo negli spostamenti, che potrebbero essere anche migliori se non fosse per un problema alle caviglie che lo costringono a giocare sempre con le cavigliere. Di costituzione debole, più di una volta si sono infortunate e lo hanno costretto a convivere con questa debolezza che tiene sempre un po’ in apprensione e che inevitabilmente ne limita la mobilità (comunque buona), ma che negli anni sembra aver imparato a gestire.

In conclusione…

Al momento Berrettini è forse l’incarnazione migliore di tennista moderno su cui possiamo contare: potente, completo e soprattutto capace di passare con nonchalance da una superficie all’altra senza che il suo rendimento ne risenta particolarmente (sotto questo punto di vista sembra essere un passo avanti rispetto a tutti i suoi connazionali). Se lo spirito rimarrà quello che si è visto in questi mesi e gli infortuni gli daranno tregua, i più giovani Sinner e Musetti potranno emergere con ancora più calma, perché l’Italia avrà già un giocatore che frequenterà con regolarità le prime dieci posizioni della classifica mondiale.

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Scritto da:

Lorenzo Picardi

Avvocato e pubblicista, non giudicatemi male. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d'attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell'anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
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