Farmaci SSRI in compresse - copertina

A partire dalla loro introduzione negli anni Ottanta, i farmaci serotoninergici – o, come si suole chiamarli in gergo tecnico, Inibitori Selettivi del Reuptake della Serotonina (SSRI) – hanno soppiantato gli antidepressivi di vecchia generazione, perché più sicuri e ben tollerati nelle fasi acute (episodi) della depressione.

Farmaci come la fluoxetina e la paroxetina, infatti, aumentano i livelli di serotonina senza influenzare quelli di altri neurotrasmettitori. Da ciò derivano effetti indesiderati meno frequenti e meno severi, rispetto a quelli causati dai vecchi antidepressivi triciclici (TCA).

Gli episodi depressivi, tuttavia, possono ripresentarsi dopo la guarigione ed è per questo che le linee guida raccomandano la fase di mantenimento a lungo termine con gli SSRI – che, talvolta, può durare per tutta la vita del paziente – per prevenire le recidive.


Si stima che, in Occidente, il 3-6% della popolazione soffra di una depressione che dura da più di 2 anni. Si tratta del Disturbo Depressivo Persistente (DDP). Cliccate qui per saperne di più!


Ma la terapia a lungo termine con gli SSRI è sicura? E, in caso contrario, quali sono i rischi? Approfondiamo la questione!

Depressione e SSRI: gli effetti a lungo termine

Nonostante siano più sicuri degli antidepressivi di vecchia generazione, purtroppo, i farmaci serotoninergici non sono privi di reazioni avverse, la cui entità progredisce all’aumentare della durata del trattamento.

Alcune di queste reazioni, inoltre, sono così insidiose da essere scambiate per sintomi depressivi, dunque – oltre a minare la qualità della vita dei pazienti – li portano ad abbandonare la terapia, aumentando così il rischio di recidive.

Ma di quali effetti si tratta?

Una revisione di studi pubblicata sul Journal of Psychopharmacology ha evidenziato che, la terapia a lungo termine con gli SSRI, può causare lo sviluppo degli effetti a seguire.

Iponatriemia

L’iponatriemia è uno squilibrio elettrolitico – caratterizzato da concentrazioni ematiche di sodio inferiori a 136 mEq/L – che si manifesta in 5/1000 pazienti all’anno, con sintomi che variano da stanchezza e crampi muscolari, in caso di lieve iponatriemia, fino alla morte nei casi più gravi.

I pazienti più a rischio sono gli ottuagenari, soprattutto donne, e quelli che assumono farmaci diuretici in associazione agli SSRI. In questi casi è necessario un attento monitoraggio e sospendere la terapia quando compaiono i sintomi.

Disturbi del sonno

Gli SSRI (soprattutto fluoxetina e paroxetina) possono alterare sia la durata, sia la qualità del sonno, nel 17 % dei pazienti trattati.

Disfunzioni sessuali

Il calo del desiderio, la disfunzione erettile e la difficoltà nel raggiungere l’orgasmo, sono tra i più comuni effetti avversi dei farmaci serotoninergici e possono manifestarsi nel 4-80 % dei pazienti dopo 12 settimane di terapia. I tassi d’incidenza più alti sono stati riscontrati con il citalopram (73%) e la paroxetina (71%).

Effetti da interruzione

Nei pazienti trattati a lungo termine con gli SSRI – in particolar modo la paroxetina – la brusca sospensione del farmaco può provocare la comparsa di sintomi, che possono essere confusi con quelli della depressione (ansia, irritabilità, insonnia) o malattie fisiche (nausea, vertigini e mal di testa). Scalare le dosi nell’arco di un mese, tuttavia, può aiutare a prevenirli.

Altri effetti

Oltre agli effetti succitati – che sono frequenti e supportati da forti evidenze – l’uso degli SSRI a lungo termine è stato associato anche a osteoporosi e, seppur raramente, a sanguinamento, aumento di peso e problemi cardiovascolari. Arrivati a questo punto, tuttavia, una domanda sorge spontanea.

È conveniente assumere gli SSRI a lungo termine, nonostante i rischi di cui sopra?

Secondo una revisione pubblicata sul British Medical Journal – che ha raccolto e analizzato i dati provenienti da tre precedenti revisioni – sembra proprio di sì.

Estendere il trattamento a 1-3 anni, infatti, potrebbe ridurre il rischio di recidive fino al 50% e i tentativi di suicidio nei pazienti al di sopra dei 25 anni. Sono necessari ulteriori studi, tuttavia, per chiarire l’efficacia dei trattamenti di durata superiore ai tre anni.


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L’articolo ha uno scopo puramente illustrativo e non sostituisce il parere del medico.

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Esketamina: il nuovo farmaco contro la depressione resistente


Bibliografia e sitografia
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Written by

Jessica Zanza

Classe 1987, una laurea in Farmacia e la passione per la divulgazione scientifica. Con Virginia Taddei e Annalisa Ardesi ho fondato Inchiostro Virtuale, attraverso il quale vi coinvolgerò nelle tematiche a me più care: quelle inerenti alla salute e al benessere.
Per contattarmi mandate una mail a j.zanza@inchiostrovirtuale.it