Schwazer
Il Tribunale di Bolzano ha archiviato il caso di Schwazer, riconoscendo un sabotaggio ai danni dell’altoatesino e del suo allenatore.

In una settimana in cui si svolgeranno la finale degli Australian Open e il Derby di Milano più importante degli ultimi dieci anni, la copertina sportiva della settimana non spetta (incredibilmente) a nessuno di questi due eventi, il che la dice lunga sull’importanza dei fatti di cui andremo a parlare. È di giovedì, infatti, la notizia che il Tribunale di Bolzano ha archiviato il caso di Alex Schwazer, accusato di aver assunto (di nuovo) sostanze dopanti nel 2016 a seguito di un controllo dalle modalità piuttosto inconsuete (come si vedrà meglio in seguito).

La vicenda di Schwazer merita una retrospettiva, per poter inquadrare meglio la rilevanza e il significato della decisione del giudice Walter Pelino, che intacca inevitabilmente la credibilità del mondo dell’atletica.

Retrospettiva del caso Schwazer

Il primo capitolo della storia fra il marciatore altoatesino e il doping risale al 2012. È a quest’anno che risale la prima positività; la sostanza riscontrata è l’eritropoietina, che Schwazer dichiarerà essersi procurata da solo in Turchia. Dalla conferenza stampa in cui l’atleta dichiarò la propria colpevolezza trasparì un sincero pentimento e una totale assunzione di responsabilità di quanto accaduto.

Il video della conferenza stampa in questione. Se Schwazer ha simulato il proprio pentimento, dategli un Keyser Söze d’Oro.

Le Olimpiadi di Rio 2016

La giusta squalifica ricevuta per questi fatti gli avrebbe comunque permesso di correre alle Olimpiadi di Rio 2016. A tal proposito nella retorica comune c’è un errore. Questa competizione, per molti, sarebbe dovuta essere la prova che Schwazer è capace di vincere una medaglia olimpica anche senza ricorrere al doping. È doveroso precisare come i fatti contestati a Schwarzer riguardino solamente il 2012 e non anche le annate precedenti, in cui è risultato assolutamente pulito. Per intenderci, la medaglia di Pechino 2008 nei 50 km non è figlia del doping e niente lascia pensare che possa esserlo, se non un semplice sospetto retroattivo.

Ad ulteriore riprova di ciò vi è il caso dell’assegnazione della medaglia d’oro sulla distanza dei 20 km agli Europei del 2010. In quella competizione Schwazer si posizionò secondo dietro il russo Stanislav Emelyanov. Quest’ultimo, tuttavia, fu sanzionato retroattivamente per irregolarità relative al proprio passaporto biologico e, dal momento che la sanzione sarebbe decorsa da luglio 2010 (periodo immediatamente precedente agli Europei), la vittoria è passata al secondo in classifica, vale a dire Schwazer, evidentemente ritenuto pulito nella competizione in questione. Per queste ragioni, dunque, e almeno fino a quando non verrà accertato il contrario, sarebbe ingeneroso ridurre l’intera carriera di Schwazer pre-2012 al semplice frutto di doping.

Entra in scena Sandro Donati

Dopo la squalifica, dunque, Schwazer è intenzionato a tornare perché vuole dimostrare di aver capito il suo errore e scrollarsi di dosso l’etichetta di dopato. Per farlo si affida a quella che probabilmente è la figura chiave di questa storia, vale a dire l’allenatore Sandro Donati, l’altra parte che il Tribunale di Bolzano ha ritenuto essere stata oggetto di macchinazioni volte a screditarlo.

Parlare compiutamente di Donati sarebbe estremamente lungo e complicato, perciò ci permettiamo di semplificarne la descrizione dicendo che è uno dei maggiori fautori della lotta al doping nel mondo dell’atletica. La sua scommessa, dunque, era proprio quella di mostrare al mondo il vero Schwazer e di come il marciatore altoatesino fosse capace di competere senza l’aiuto di sostanze dopanti, riconoscendo in lui un talento eccezionale che poteva mandare un messaggio assolutamente positivo attraverso il suo percorso di redenzione.

Il percorso di redenzione

Il periodo di avvicinamento al 2016, l’anno in cui Schwazer sarebbe potuto tornare a competere liberamente, sono stati piuttosto complessi. Alex diventa un vero e proprio collaboratore di giustizia, aiutando a portare alla luce il sistema di doping nel mondo dell’atletica; vengono fuori dei nomi a livello nazionale e internazionale e il suo caso avrà dei punti di contatto con altri grossi scandali internazionali. Ovviamente in un mondo quantomeno connivente con il sistema denunciato, la diretta conseguenza non può che essere quella di attirarsi le antipatie di molti addetti ai lavori. A queste scarse simpatie si aggiungono quelle che inevitabilmente ha calamitato su di sé (per ragioni analoghe) proprio Sandro Donati.

Finalmente arriva il momento del ritorno alle gare, ma gli episodi spiacevoli continuano. Non solo i diversi attacchi pubblici ricevuti da Schwazer, ma soprattutto alcune richieste pervenute a Donati di far andare piano il suo atleta, di far vincere un certo atleta in una certa competizione. Telefonate che, precisiamo, sono state registrate dallo stesso Donati; non parliamo, dunque, di circostanze semplicemente riportate da Donati.

La “provetta della discordia”

Nel frattempo, però, la provetta della discordia, quella che ha portato alla squalifica di Schwazer, ha già iniziato la sua epopea. Il controllo antidoping incriminato avviene il 1 gennaio 2016, in un periodo piuttosto particolare e con un certo anticipo rispetto al ritorno alle competizioni. A fine mese il campione viene analizzato e risulta negativo, ma ad aprile viene scongelato, processato nuovamente e risulta positivo al testosterone. Nel mezzo ci sono diverse stranezze procedurali: ci sono buchi nella documentazione dei viaggi della provetta e sulla loro custodia e la positività, riscontrata ad aprile, verrà comunicata solo il 21 giugno, una data troppo vicina alle Olimpiadi per permettere a Schwazer una difesa articolata in grado di permettergli di partecipare alla competizione di Rio.

La reazione di Schwazer

La reazione di Schwazer stavolta è diametralmente opposta a quella del 2012. Se all’epoca aveva confessato i fatti e si era assunto qualunque responsabilità, stavolta nega qualunque coinvolgimento e, nonostante sia estremamente abbattuto, è pronto a dimostrare la propria innocenza. Come ha dichiarato anche in questi giorni, la sua priorità, prima ancora di tornare a competere, era quella di pulire la sua immagine.

Come ben sappiamo ci è riuscito, grazie a un lavoro certosino di magistratura e forze dell’ordine. Le indagini sono state tutt’altro che semplici, complice l’ostruzionismo dell’Agenzia antidoping che fa di tutto per complicarle, in particolare quando i carabinieri del Ris si recano in Germania per ottenere la provetta da analizzare.

Schwazer
La reazione di Schwazer del 2016 è diametralmente opposta a quella del 2012.

L’archiviazione

Alla fine si giunge all’archiviazione di cui abbiamo parlato in apertura. Sicuramente è una buona notizia per Schwazer, che ha ottenuto quello che voleva principalmente, vale a dire ripulire la propria immagine. In chiusura ci sono ancora alcuni aspetti da valutare: anzitutto la possibilità, profilata da alcuni, di partecipare alle Olimpiadi di Tokyo. Nonostante la decisione del Tribunale di Bolzano, le possibilità sembrano piuttosto basse.

La World Athletics, ossia la federazione dell’atletica leggera, ha già annunciato che Schwazer non potrà prendere comunque parte a nessuna competizione fino al 2024, unendosi alla Wada nel rifiutare qualunque ipotesi di manomissione. Sicuramente Alex ci proverà fino alla fine, ma la strada appare in salita. Proprio in virtù di ciò e delle indagini effettuate dalla procura di Bolzano viene da chiedersi quale possa essere la credibilità residua di queste organizzazioni, che più che garanti terzi del regolare svolgimento delle competizioni appaiono ormai parti in causa con i propri interessi nella vicenda in questione.

Schwazer e il giustizialismo

Da ultimo ci troviamo a dover ancora una volta confrontare col facile giustizialismo che ha assalito Schwazer. Già in passato, trattando del caso di Sara Errani, avevamo assunto una posizione di assoluto garantismo sulla vicenda, assolutamente controversa e di non facile lettura (mentre condannammo il diverso trattamento ricevuto rispetto ad altri casi di presunto doping).

Torniamo oggi a ribadire che condannare qualcuno, prima di evidenze nette e delle pronunce degli organi competenti, è un malcostume diffuso (a livello politico, giornalistico e non solo) che purtroppo continua ad accompagnarci e che facciamo fatica a scrollarci di dosso. Riuscire a fare questo passo in avanti aumenterebbe decisamente la qualità di trattare determinati fatti di cronaca, non solo sportiva ma anche (e soprattutto) giudiziaria.

È possibile giudicare un fatto al di là di quello che può essere l’esito della vicenda in un tribunale e quando ha una rilevanza autonoma rispetto a quella meramente giudiziaria, ma è assolutamente sconsigliato farlo quando i tasselli del mosaico non sono completamente noti e sono in buona parte poco chiari.

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Scritto da:

Lorenzo Picardi

Avvocato e pubblicista, non giudicatemi male. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d'attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell'anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it