Noi i ragazzi dello zoo di Berlino.

Proprio un anno fa, in occasione dell’uscita di 33, libro autobiografico di Marco Ubertini in arte Hube, vi avevamo parlato di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Torniamo sull’argomento dopo aver visto l’omonima serie di Amazon Prime.

La serie: “Noi, i ragazzi dello zoo di berlino”

Uscita in Italia il 7 maggio, sulla piattaforma di streaming del colosso americano Amazon, Wir Kinder vom Bahnhof Zoo (questo il titolo originale) è una serie tedesca scritta da Annette Hess e diretta da Philipp Kadelbach. La serie vuole essere una rivisitazione in chiave moderna del bestseller di Christiane F., pubblicato nel 1978.
Ma, purtroppo, l’intento non è del tutto riuscito.

Una rivisitazione mancata

Se vi aspettate di vedere la vicenda di Christiane F. trasposta nel 2021, rimarrete delusi. A dispetto dell’intento, la serie “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è di fatto ambientata negli stessi anni in cui si svolgono le vicende del libro. Stranger Things, del resto, ha fatto scuola e anche in questa serie si fa un sapiente ricorso all’effetto nostalgia. Anche le vicende dei protagonisti ricalcano pressoché quelle raccontate nel romanzo autobiografico di Chrisitiane F.; si assiste a qualche cambio di nome (Detlef diventa Benno, Atze diventa Matze) e, come sempre accade quando un romanzo viene trasposto al cinema o in una serie, si operano sfoltimenti alla trama. Ma, anche in questo senso, manca una vera e propria rivisitazione.

Dov’è, la differenza?

Va detto: la serie è un ottimo prodotto. Gli attori convincono e conquistano, la sceneggiatura è ben scritta e appassionante, le ambientazioni sono curate e affascinanti. Nel complesso, “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è una serie godibile e ci sentiamo di consigliarla. Ma, laddove si allontana maggiormente dal libro, compie anche il suo più grande errore: la serie, purtroppo, cade spesso nella spettacolarizzazione di alcune vicende. A partire, naturalmente, dal consumo di eroina.

I personaggi appaiono vestiti alla moda, glam, e ciò ci distrae dal reale contesto di povertà, degrado e isolamento nel quale vivevano i protagonisti del romanzo. La spirale che li ha condotti alla dipendenza da eroina è frutto principalmente dell’alienazione, di una serie di non-scelte (e di non alternative) che hanno trovato nel loro cammino. Nella serie, invece, appare quasi come un’affermazione di sé; in uno dei primi episodi vediamo Christiane affermare con leggerezza e confidenza “voglio provare l’ero!”; dopodiché la vediamo girare per la discoteca che frequenta abitualmente alla ricerca della sua prima dose. Una scena stridente, controversa, che fa apparire quella di Christiane una scelta ponderata, assennata, quasi trendy.

Babsi: la vera protagonista della serie

L’aspetto vincente della serie è quello di approfondire le storie di altri personaggi e non solo quella di Christiane F. che, nel libro, narra le vicende in prima persona, a partire dal suo punto di vista. In particolare, anche per merito dell’ottima prova dell’attrice Lea Drinda, a lasciare il segno è il personaggio di Babsi.
Babette Döge (questo il suo vero nome) passò tristemente alla storia per essere diventata la più giovane vittima dell’eroina dell’epoca. Aveva appena quattordici anni. “Sie war erst 14!”, scrissero le prime pagine dei giornali. portando all’attenzione dell’opinione pubblica quella che stava diventando una piaga sociale fuori controllo.

La serie di Amazon Prime ricostruisce la storia di Babsi e lo fa più attraverso la cronaca dell’epoca che con quanto riportato nel romanzo. Ne emerge un personaggio completo e complesso che, meglio di chiunque altro, riesce a mostrare l’orrore della dipendenza e, in generale, il dolore e l’alienazione che segnarono inesorabilmente la vita di molte ragazze e ragazzi come lei.

Il misterioso personaggio del DJ

Nella serie, Babsi si innamora di un misterioso DJ. Non presente nel romanzo, lo vediamo spesso dividersi tra la consolle e attività dai tratti ben più oscuri, come l’occultamento di un cadavere, in una delle prime scene della serie. Ci piace pensare che, con questo personaggio rarefatto, ambiguo e affascinante al contempo, gli autori della serie abbiano voluto rappresentare una sorta di angelo della morte. E non stupisce che, tra tutti, quella che ne subisce maggiormente il fascino sia Babsi. Scrisse, infatti, a margine di un suo disegno dell’epoca: «Forse io amo così tanto la morte da non voler smettere di bucarmi».

Avete visto “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”? Lasciateci nei commenti la vostra opinione!

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Scritto da:

Roberto Gessi

Classe 1992, vivo in provincia di Novara e mi occupo di social network, scrittura testi e produzione contenuti per il web.
Ho delle passioni molto semplici: mi piace leggere, scrivere e fotografare. Nel 2020, per La Torre dei Venti, ho pubblicato "La Ragazza Gazzella", il mio romanzo d'esordio.