Sensibilità al glutine non celiaca. Foto di PixelAnarchy da Pixabay.

La scoperta di un team di ricerca internazionale ribalta le ipotesi finora avanzate riguardo alla sensibilità al glutine non celiaca (SGNC), fornendo indicazioni per diagnosi più accurate e trattamenti personalizzati.

Se provate un senso di malessere o di disagio all’addome dopo aver mangiato la pasta, il pane o altri derivati del grano pur non essendo celiaci, sappiate che molto probabilmente il responsabile non è il glutine (una proteina presente nell’orzo, nel farro e nella segale oltre che nel frumento, verso la quale il 10% degli adulti dichiara di avere una sensibilità1) ma è da ricercarsi altrove, secondo i risultati di una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista The Lancet. Il lavoro – coordinato da Jessica Biesiekierski, professoressa associata all’Università di Melbourne – porta anche la firma di una ricercatrice italiana, la dottoressa Carolina Ciacci, ordinaria di Gastroenterologia all’Università di Salerno.

Gli effetti del glutine in pazienti non celiaci: cosa emerge dalla revisione scientifica

Esaminando decenni di ricerche per un totale di 58 studi clinici, valutanti le variazioni dei sintomi causate dai pasti (glutinati e non) e le modalità d’insorgenza nei partecipanti sedicenti sensibili, gli autori hanno osservato che le reazioni specifiche al glutine erano rare e lievi. Inoltre, molti partecipanti avevano reazioni uguali o addirittura più severe dopo aver mangiato un pasto non glutinato (placebo).

Questi risultati – oltre a confermare quanto emerso da una precedente revisione sistematica e metanalisi di Lionetti e colleghi2 – suggeriscono che altri fattori contribuiscano per la gran parte alla comparsa dei sintomi (pancia gonfia, dolore e diarrea, talvolta mal di testa, affaticamento e reazioni cutanee) in persone non celiache: in primis i FODMAP, cioè i carboidrati fermentabili a catena corta presenti nei cereali, legumi, frutta e verdura, tant’è vero che una loro limitazione apporta benefici significativi nonostante la reintroduzione del glutine nella dieta.

Ma anche l’effetto nocebo, ovvero la comparsa dei sintomi in coloro che temono, complici esperienze pregresse, di star male dopo un pasto glutinato, gioca un ruolo cruciale – infatti le tecniche di neuroimaging mostrano che le emozioni e le aspettative negative attivano le aree cerebrali coinvolte nella percezione del dolore e del pericolo -, lasciando supporre possa trattarsi di una condizione più simile ai disturbi dell’asse cervello-intestino come la sindrome del colon irritabile (d’altronde presente in molti pazienti che riferiscono una sensibilità al glutine3) piuttosto che alla celiachia, una malattia autoimmune innescata dal glutine, caratterizzata da infiammazione e atrofia intestinale.

Nonostante l’esistenza della sensibilità al glutine non celiaca sia ancora dibattuta – sia per la difficile diagnosi, giacché non esistono esami del sangue o biomarcatori specifici, sia per l’influsso del marketing, che orienta le scelte dei consumatori presentando i prodotti gluten-free come più salutari delle controparti glutinate, gli autori non escludono che una piccola percentuale di persone possa soffrire davvero di questo problema. La stessa Carolina Ciacci, coautrice dello studio, in un’intervista rilasciata a Wired dichiara che:

“La SGNC è una condizione reale per alcuni pazienti, ma spesso sovrastimata e mal definita. Serve più rigore scientifico e un approccio clinico equilibrato”.

Come comportarsi, dunque, se si sospetta una sensibilità al glutine?

Biesiekierski e colleghi suggeriscono ai clinici un nuovo approccio, certamente più rigoroso e attento alle esigenze del paziente, per la diagnosi e la gestione del disturbo:

  1. innanzitutto escludere la presenza di celiachia o di allergie al grano;
  2. dopo aver personalizzato il piano alimentare, testare una dieta a basso tenore di FODMAP per accertarne l’eventuale responsabilità;
  3. se i sintomi persistono, testare una dieta senza glutine per 4-6 settimane seguita dalla sua graduale reintroduzione;
  4. se nemmeno il glutine spiega i sintomi, affiancare le strategie alimentari alla psicoterapia per superare la paura del cibo e favorire la reintroduzione degli alimenti considerati nocivi.
Consigli di lettura

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Riferimenti bibliografici:
  1. Shiha MGManza FFigueroa-Salcido OG, et al. Global prevalence of self-reported non-coeliac gluten and wheat sensitivity: a systematic review and meta-analysis.
  2. Lionetti E, Pulvirenti A, Vallorani M, Catassi G, Verma AK, Gatti S, Catassi C. Re-challenge Studies in Non-celiac Gluten Sensitivity: A Systematic Review and Meta-Analysis. Front Physiol. 2017 Sep 5;8:621. doi: 10.3389/fphys.2017.00621. PMID: 28928668; PMCID: PMC5591881;
  3. Tomba C., Locatelli M., Branchi F., Elli L. La sensibilità al glutine non celiaca. Giorn Ital End Dig 2014;37:109-112 (file pdf).
Crediti fotografici

Foto di PixelAnarchy da Pixabay.

Scritto da:

Jessica Zanza

Pubblicista, ex collaboratrice de L'Unione Sarda.
Sono cofondatrice e caporedattrice di Inchiostro Virtuale.
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