David Lynch, da Dark Night Of The Soul, 2009.
Il buio è una casa rimasta per troppi mesi vuota, finestre sprangate, odore acre di un tempo fermo a imputridire, come acqua stagnante.

Poi qualcosa si muove, ci vuole la giusta forza, la giusta spinta: un’imposta si apre appena, una lama di luce taglia in due la stanza e il pulviscolo comincia a ballare nell’aria.

Il buio (ferito da un raggio fendente) è un cubo blu, con un foro triangolare e una sua apposita chiave: quando le due parti si incontrano, è come saltare su un nastro impazzito che attraversa il tempo e lo spazio, portandoti in luoghi che c’entrano e non c’entrano con quello che vedi e provi ogni santo giorno.

Il buio è il luogo da dove veniamo e dove torniamo, dopo un volo tristemente breve, di un giorno se è veglia o sonno, di una vita intera se si tratta di morte.
David Lynch, Untitled (Insane Lullaby #4), da Dark Night Of The Soul, 2009.
David Lynch, Untitled (Insane Lullaby #4), da Dark Night Of The Soul, 2009.

Nel piccolo libro In acque profonde, dove David Lynch racconta l’evoluzione della sua vicenda artistica, in parallelo al quotidiano avanzamento nella pratica della Meditazione Trascendentale, ad un certo punto parla dell’importanza di avere un luogo, uno studio, un laboratorio (che chiama L’angolo dell’artista), dove dare sfogo e una forma tangibile all’impulso creativo.

Una mattina, in un mondo ideale, potresti svegliarti, prendere un caffè, finire la tua meditazione quotidiana e dire: «Bene, oggi andrò in laboratorio a lavorare a una lampada». Ti viene un’idea, la vedi chiaramente, ma per concretizzarla hai bisogno di quello che io chiamo “l’angolo dell’artista”. Per esempio può darsi che tu abbia bisogno di un laboratorio o di uno studio in cui dipingere. O di uno studio di registrazione. Di una stanza con un computer per scrivere. È fondamentale averlo, così, in qualsiasi momento, se ti viene un’idea, hai un luogo e gli strumenti giusti per realizzarla.
Senza “l’angolo dell’artista”, tante volte hai l’ispirazione, l’idea, ma ti mancano sia gli strumenti sia il luogo giusto per realizzarla. L’idea rimane lì, ferma a marcire. Col passare del tempo scomparirà. Non le hai tenuto fede: è una cosa da spezzare il cuore.[1]

David Lynch, Untitled (Just War #3), 2009
David Lynch, Untitled (Just War #3), da Dark Night Of The Soul, 2009
In realtà Lynch ha due luoghi che espletano questa funzione.

Uno fisico, e ce l’ha appena descritto.
E uno mentale, che nasce dall’oscurità degli stati alterati di coscienza, dentro la grotta confusa dell’Io.
Il buio è un fattore cruciale nella sua arte, uno dei pilastri che ne hanno determinato la poetica.
Il buio ha forme molteplici e profumi differenti: per lo più lo viviamo come il luogo dell’inquietudine e del dubbio, ma per il creatore della Loggia Nera (e di un immaginario che non ha eguali nella storia del cinema), le tenebre diventano il luogo delle possibilità, la vertigine spaventosa e seducente della tela bianca, l’assenza che si lascia volentieri riempire.

Le idee sono simili a pesci.
Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell’acqua bassa. Se invece vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde.
Laggiù i pesci sono più forti, più puri. Sono enormi e astratti. Davvero stupendi.[2]

David Lynch, Untitled (Little Girl #1), da Dark Night Of The Soul, 2009
David Lynch, Untitled (Little Girl #1), da Dark Night Of The Soul, 2009.

La collaborazione con Danger Mouse e Sparklehorse

Nel 2009, Danger Mouse (al secolo Brian Burton) musicista e produttore, insieme a Sparklehorse, pseudonimo dietro cui si celava il compianto e straziato Mark Linkous, danno vita a un progetto musicale ambizioso e unico nel suo genere, dal titolo Dark Night Of The Soul. Lynch viene reclutato per realizzare una serie di fotografie che riescano a interpretare l’atmosfera e lo spirito delle canzoni proposte nell’album.

L’eclettico regista americano prende tanto a cuore la questione, da prestare anche la sua voce inconfondibile e firmare i testi di due brani, fra cui l’inquietante, splendida canzone, che dà il titolo all’intero lavoro. Insieme al disco esce un intrigante volume fotografico, in tiratura limitata, che oggi si trova con estrema difficoltà e ha il prezzo di un libro d’artista.

David Lynch, Untitled (Revenge #4), da Dark Night Of The Soul, 2009.
David Lynch, Untitled (Revenge #4), da Dark Night Of The Soul, 2009.
Al di là delle intricate vicende che hanno accompagnato l’opera fin dal suo concepimento e al di là del giudizio sui brani ivi contenuti, pare innegabile il valore e la forza d’impatto dei contributi fotografici realizzati.

Siamo di fronte all’abisso più inquietante proposto da sua maestà David: quello che si incontra appena fuori dalla veranda di casa. E in certi casi, non occorre neppure uscire dalle quattro mura domestiche (non riusciremo mai a dimenticare, negli anni a venire, Leland e Sarah Palmer).
Non ci sono demoni nascosti dietro pesanti drappeggi o nani claudicanti e ballerini; non c’è la strada che nel buio si incendia e ci fa migrare di vita in vita, senza requie. Né tantomeno ci troviamo al cospetto di coniglietti di pezza, intenti in faccende insignificanti, in attesa che si manifesti Satana in soggiorno.
Sono incubi a chilometro zero, quelli che accompagnano le melodie di Linkous: la Hollywood di cartone delle lunghe notti di Mulholland Drive, trasposta nei vicoli, nelle periferie e nei quartieri borghesi dell’America orgogliosa di sé, dove casalinghe impeccabili ingozzano i palati viziosi di ospiti odiati a morte e il gesto di cortesia di un vicino di casa stride sotto la pelle come un coltello, che scivola maldestro sulla ceramica di un piatto.

David Lynch, Untitled (Grim Augury #1), da Dark Night Of The Soul, 2009
David Lynch, Untitled (Grim Augury #1), da Dark Night Of The Soul, 2009.
Ricordo un pezzo del clown di Böll quando, in uno dei suoi flussi di coscienza, Hans dice:

Inghiottire tutto, coprire tutto di falsa cortesia verso i vicini, fino al momento in cui, nelle silenziose sere d’estate, dietro le porte chiuse e le persiane abbassate si scaraventa porcellana fine contro fantasmi di figli non nati.
(H. Böll, Opinioni di un clown)

Dark Night Of The Soul tratta anche di questo: della risata divertita di una coppia per strada, che la posa lunga dell’otturatore deforma in un ghigno crudele; di uno sbadiglio che si allunga e si trascina, trasformandosi in un grido di terrore; e tanti piccoli oggetti quotidiani, che divengono oscuri feticci, seminati dall’autore all’interno di spaccati intimi e indecifrabili, dove le ombre e il buio si insinuano ovunque come fumo.
Falsa è la familiarità dei luoghi dove ambienta questi abissi.
Falso il sole quando si vede, perché proietta ombre nere come minacce trattenute fra i denti.
Falsa è la vicinanza, falsa è l’innocenza di queste locations, che ogni notte, il buio trasforma in teatrini di puro male.

David Lynch, Untitled, da Dark Night Of The Soul, 2009.
David Lynch, Untitled, da Dark Night Of The Soul, 2009.
David Lynch, Untitled (Pain #3), da Dark Night Of The Soul, 2009.
David Lynch, Untitled (Pain #3), da Dark Night Of The Soul, 2009.

Le creazioni di Lynch sono sempre e comunque un ibrido, una contaminazione, dialogo e innesto di linguaggi diversi.

La fotografia è solo un tassello (come la pittura, il cinema, la musica, la scrittura) di un discorso più ampio, di un disegno completo, un cerchio perfetto, che non si vede ma si ha la sensazione di cogliere per un istante, come una scheggia di luce, prima che faccia il giro del mondo.

Dalle prime sperimentazioni di The Grandmother ed Eraserhead, dove echi surrealisti seminati ovunque spezzavano la sequenza cinematografica, materializzando sulla pellicola sculture e marchingegni inquietanti, orribilmente animati, pitture in movimento e oggetti posticci applicati con lo stesso principio del collage fotografico; passando per le acrobazie narrative di Blue Velvet, Lost Highway e Inland Empire, fino alla grande odissea dell’ultima stagione di Twin Peaks, dove continui rimandi alle tele di Francis Bacon, Edward Hopper, René Magritte o al dottor Stranamore di Stanley Kubrick e al mondo fantastico di Oz portato sul grande schermo da Victor Fleming, raccontano di un’arte totale, che memore del passato, ne attinge a piene mani reinterpretandolo, e non tradisce il principio basilare di ogni atto creativo, la conditio sine qua non del fare: spingersi oltre, osare, spazzare via tutto con un colpo di mano, dare fuoco ad ogni cosa e poi riedificare su ceneri e macerie.

David Lynch, Untitled (Little Girl #3), da Dark Night Of The Soul, 2009
David Lynch, Untitled (Little Girl #3), da Dark Night Of The Soul, 2009
David Lynch, Untitled, da Dark Night Of The Soul, 2009.
David Lynch, Untitled, da Dark Night Of The Soul, 2009.
Ogni aspetto della poetica lynchana merita un discorso a sé stante, uno studio specifico, potenzialmente senza via d’uscita, perché riconducibile a concetti complessi, chiavi di lettura e intuizioni sparse altrove in altri suoi lavori.

La sua arte  è come il nastro di Möbius (applicato con estro alle sue migliori pellicole): quando pensiamo di averne percorso una faccia nella sua interezza, scopriamo che è stato spezzato e ricongiunto al contrario, portandoci dal lato opposto dell’esistenza, in una giostra bizzarra e disturbante che non ha mai fine.

https://vimeo.com/223616087

[1] D. Lynch, In acque profonde: meditazione e creatività, Milano, Oscar Mondadori, 2015, p.137.
[2] D. Lynch, ivi, p. 7.

Alessandro Pagni

 

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Scritto da:

Alessandro Pagni

Classe 1980. Foto-ricordi per notturni di penna, amici di vino e biscotti salati. Amo la musica da quando ero bambino, amo l'arte da quando sono diventato adulto. Nel mezzo ho sempre scritto.