Il Sudan vieta le mutilazioni genitali femminili

Il 30 aprile il governo di transizione del Sudan ha annunciato di aver reso le mutilazioni genitali femminili un reato.

Stop alle mutilazioni genitali femminili in Sudan

Dopo anni di battaglie e campagne di informazione e sensibilizzazione promosse a livello globale, il Sudan ha detto formalmente basta alle mutilazioni genitali femminili. 

A dare l’annuncio è stata Amnesty International dopo che il governo di transizione del Sudan, in carica dallo scorso anno dopo la destituzione del dittatore Omar Hassan al-Bashir, ha annunciato pubblicamente un emendamento del codice penale che vieta ogni pratica volta alla totale o parziale rimozione e/o modificazione dei genitali femminili per ragioni di ordine non medico, considerata da sempre un pilastro culturale e religioso nel Paese.

Cosa prevede la nuova legge del governo sudanese?

La nuova norma sarà introdotta nel codice penale con una legge apposita che seguirà i dettami della dichiarazione costituzionale sui diritti e le libertà e prevede che chiunque eseguirà una qualunque delle pratiche vietate sarà soggetto a una pena detentiva di tre anni oltre a una pesante multa.  

Un grande passo per il Sudan e il suo nuovo governo. L’Africa non può prosperare se non si prende cura di ragazze e donne – Nimco Ali dell’organizzazione Five Foundation.

La legge aiuterà a proteggere le ragazze da questa pratica barbara, consentirà loro di vivere con dignità e aiuterà le madri che non volevano mutilare le loro ragazze, ma sentivano di non avere scelta, a dire no – Salma Ismail, portavoce sudanese dell’UNICEF.

L’obiettivo del governo sudanese è di riuscire ad eliminare la pratica entro il 2030.

Il ministro degli affari religiosi, Nasr al-Din Mufreh, ha recentemente partecipato a una cerimonia in occasione della Giornata internazionale della tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili durante la quale ha dichiarato che si tratta di:

Una pratica che il tempo, il luogo, la storia e la scienza hanno dimostrato essere obsoleta e che non trova giustificazione nell’Islam.

Inoltre, l’attuale primo ministro Abdalla Hamdok, che vanta nel suo organico 5 ministri donne, si sta battendo per i diritti delle donne sudanesi e lo ha dimostrato abolendo le leggi promosse da Bashir, che regolamentavano la vita delle donne in merito a ciò che potevano indossare, studiare e persino dove potevano riunirsi in pubblico. 

Una legge sarà davvero sufficiente a fermare questa pratica barbara?

L’UNICEF ha stimato che nove ragazze su dieci in Sudan vengono sottoposte alla mutilazione dei genitali esterni. La pratica più diffusa nel Paese è quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce “circoncisione di tipo III”.

Si tratta di una forma estrema di mutilazione in cui vengono rimosse le labbra interne ed esterne della vulva, oltre al clitoride. L’intervento si conclude poi con la “reinfibulazione”, ovvero la cucitura dei lembi rimasti.

Questi interventi, praticati quasi sempre in condizioni igieniche precarie, con strumenti non sterilizzati, di fortuna o rudimentali, possono provocare infezioni e ostruzioni del tratto urinario, infertilità, emorragie durante il parto, maggiore esposizione a infezioni come HIV/AIDS ed epatite, e possono causare dolore durante gli atti sessuali, oltre ovviamente alle devastanti conseguenze psicocologiche.

Il problema non è circoscritto al Sudan

Secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo sono 200 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali e si stima che ogni anno almeno tre milioni di ragazze rischino di subire questi tipi di intervento, generalmente prima di compiere i 15 anni, per ragioni religiose, sociologiche ed estetiche.

L’Africa è di gran lunga il continente in cui il fenomeno è più diffuso: sono, infatti, 27 i Paesi africani dove tali pratiche sono documentate. In molti di questi Paesi tali pratiche sopravvivono nonostante siano state formalmente vietate dalla legge.

Un esempio emblematico è rappresentato dall’Egitto dove, nonostante nel 2016 siano state introdotte pene detentive fino a 7 anni per chiunque, medico o familiare, faciliti o esegua mutilazioni genitali femminili e fino a 15 anni se l’intervento causa disabilità o morte della donna, gli interventi clandestini continuano senza sosta.

Tuttavia, le mutilazioni genitali femminili sono praticate anche da alcuni gruppi etnici in Asia e America Latina e, a causa delle migrazioni, anche in Europa e in Nord America vengono riscontrati sempre maggiori casi.

L’impegno dell’Europa

Le mutilazioni genitali femminili sono state considerate una violazione dei diritti umani dalla Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna. L’Unione Europea ha ripetutamente dimostrato un forte impegno nell’eliminare queste pratiche in tutto il mondo. 

Da ultimo, lo scorso febbraio, è stata votata una risoluzione per chiedere alla Commissione europea di includere azioni per porre fine alle pratiche di mutilazione genitale femminile e di fornire assistenza alle vittime nella nuova strategia per la parità di genere. 

È stata inoltre ribadita la necessità di integrare misure di prevenzione per la mutilazione genitale femminile in tutte le politiche, in particolare in materia di salute e istruzione, attraverso campagne di sensibilizzazione nelle scuole e nei villaggi, lo sviluppo di meccanismi di protezione e l’adozione di leggi contro tali pratiche, oltre alla fornitura di servizi di assistenza e di informazione sanitaria.

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Scritto da:

Virginia Taddei

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Oltre a scrivere articoli, mi occupo dei social collegati alla webzine: twitter, facebook e instagram.
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