Nasrin Sotoudeh

Nasrin Sotoudeh, famosa attivista per i diritti umani, è stata condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate dalla giustizia iraniana, ma da ogni parte del mondo si chiede una revisione della sentenza.

L’avvocato iraniano Nasrin Sotoudeh è particolarmente nota per il suo sostegno alle donne che protestano contro l’uso del velo, reso obbligatorio dal 1979 subito dopo la rivoluzione iraniana (divieto esteso anche per le non musulmane e le straniere) e in Iran, un gesto di ribellione come questo, viene considerato “attentato alla sicurezza nazionale“.

Nasrin Sotoudeh è da anni nel mirino della giustizia iraniana e già in passato era stata condannata a 11 anni di carcere per “aver diffuso propaganda e cospirazione, mettendo in pericolo la sicurezza dello stato”, motivo per il quale le venne vietato di esercitare la sua professione. A quel tempo, Amnesty International aveva chiesto il suo rilascio immediato, ma la grazia arrivò solo due anni dopo e giusto prima dell’elezione del presidente Hassan Rouhani, che aveva dichiarato nella campagna elettorale di voler migliorare i diritti civili della popolazione.

Nel 2012, il Parlamento Europeo le ha conferito il Premio Sacharov per la “libertà della mente” e l’anno scorso ha anche ricevuto il Premio internazionale per i diritti umani Ludovic-Trarieux.

Nel Giugno scorso Nasrin Sotoudeh è tornata in prigione per aver difeso le cosiddette “ragazze di Enghelab Street“, che avevano sfidato le autorità togliendosi il velo obbligatorio per le strade, e per aver sostenuto due scioperi della fame per protesta contro le condizioni di Evin, il famigerato carcere di Teheran, a seguito dei quali le era stato proibito di vedere i suoi figli.

Aveva deciso di non essere rappresentata in tribunale perché l’attuale procedura non soddisfaceva le condizioni per un processo equo, anche perché non le è stato consentito di scegliersi un legale al di fuori di quelli indicati dai giudici.

Secondo l’agenzia di stampa iraniana, l’attivista per i diritti umani è stata condannata a 7 anni di prigione: 5 per “complicità nei crimini contro la sicurezza nazionale” e due per “aver insultato il leader supremo della rivoluzione, l’ayatollah Ali Khamenei“.

Il marito, l’attivista Reza Khandan, picchiato davanti alla prigione di Evin perché aveva provato a chiedere notizie di sua moglie (arrestato lo scorso settembre e poi rilasciato su cauzione) in un post su Facebook, invece, ha annunciato che l’Evin Prison Sentencing Office, dove sua moglie è stata imprigionata per nove mesi, ha emesso una condanna a 33 anni e 148 frustate.

Secondo Amnesty International, i giudici hanno applicato l’articolo 134 del codice penale, che autorizza a emettere una sentenza più alta di quella massima prevista se l’imputato ha più di tre imputazioni a carico. Nel caso di Nasrin Sotoudeh, il giudice Moghiseh ha applicato il massimo della pena per ognuno dei sette capi d’accusa, 29 anni in tutto, aggiungendovi altri quattro anni e portando così la condanna a 33 anni.

È sconvolgente che Nasrin Sotoudeh vada incontro a quasi quattro decenni di carcere e a 148 frustate a causa del suo lavoro pacifico in favore dei diritti umani, compresa la difesa legale di donne sotto processo per aver sfidato le degradanti leggi sull’obbligo del velo. (Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e sull’Africa del Nord di Amnesty International)

Anche l’Unione Europea ha denunciato la condanna e ha chiesto una revisione immediata della sentenza.

Nasrin Sotoudeh è stata condannata a seguito di un processo che ha anche implicato una serie di violazioni del diritto a un giusto processo. Ci aspettiamo che l’Iran garantisca che il diritto di Reza Khandan e Nasrin Sotoudeh di fare appello contro le loro sentenze sia protetto.
(Federica Mogherini)

Con lo slogan “Ogni frustata a Nasrin è una frustata ad ognuno di noi”, una delegazione di Amnesty International ha tenuto un sit-in di fronte all’Ambasciata iraniana, simulando la pena della fustigazione, con alcune attiviste che hanno mostrato le loro schiene colorate di rosso, a riprodurre i colpi della frusta.

Mahmoud Amiri-Moghadam, che dalla Norvegia gestisce il sito Iran Human Rights, fra i primi a dare la notizia della condanna, ha precisato che non sono 38 gli anni che Nasrin Sotoudeh dovrà scontare in prigione, ma una dozzina o qualcosa di simile, poiché la legge iraniana dispone che quando un imputato viene condannato con diverse sentenze sconta la pena più alta.

Il caso Sotoudeh, oltre a dover smuovere l’interesse mondiale, deve essere inserito nel contesto più ampio del Medio Oriente e del mancato rispetto dei diritti umani per i quali è necessario che i Paesi occidentali esercitino una pressione maggiore o, per lo meno, più efficace, non soltanto in occasione di casi eclatanti.

Isolare l’Iran non sarebbe di aiuto, anzi, provocherebbe una negazione dei diritti ancora maggiore. L’unica strada percorribile è quella di sostenere dall’esterno queste donne coraggiose che, in una società patriarcale e misogina, cercano pacificamente di vedersi riconosciuti quei diritti fondamentali che le rendano, agli occhi di chi esercita su di loro un potere ingiustificato, esseri umani.

Scritto da:

Virginia Taddei

Avvocato e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it