Spider-Man Homecoming

Recensione del nuovo film di Spider-Man, andando per ordine e tenendo conto sia delle esigenze del pubblico generalista, sia dei fan del personaggio.

Riproporre per la terza volta in appena 15 anni una differente versione cinematografica di un personaggio come Spider-Man è sicuramente un azzardo, soprattutto in virtù delle aspettative che circondano i suoi film. “Spider-Man: Homecoming”, l’ultima di queste riproposizioni, è stata accompagnata da una serie di dubbi circa le sue possibilità di rinfrescare il franchising, ancora alla ricerca di un degno successore dei primi due film diretti da Sam Raimi e uscito ammaccato sia dal terzo confusionario episodio di Raimi stesso, sia dalle due pellicole del progetto – poi interrotto – di Marc Webb, troppo legato ad alcuni schemi del suo “(500) giorni insieme”, riproposti però in salsa supereroistica.

Homecoming sembrava nato in fretta e furia – e forse così è stato – per inserire Spider-Man nell’Universo Cinematografico Marvel, a seguito di un insperato accordo fra la Marvel stessa e la Sony per lo sfruttamento dei diritti cinematografici del personaggio; difficilmente questa frenesia avrebbe dato vita ad un prodotto soddisfacente. In più, ad aumentare il pessimismo sul risultato finale, si aggiungeva il timore che Jon Watts, il giovane regista scelto per dirigere il film, con all’attivo due sole regie (quelle dei poco conosciuti “Clown” e “Cop Car”), fosse troppo inesperto per poter gestire un film di questa portata.

Fortunatamente mai impressione fu più sbagliata!

Watts, infatti, è riuscito a realizzare non solo un’opera ben confezionata ma anche quella che ad oggi è, senza dubbio, la miglior versione di Spider-Man sul grande schermo. La recensione di quelli che in gergo vengono definiti cinecomics, però, spesso sacrifica le considerazioni sulla fruibilità del film (che interessa il pubblico generalista) per focalizzarsi sulla fedeltà alla controparte cartacea, comunque da considerare come indice della minuziosità del lavoro svolto.

Per questo il pezzo sarà diviso in più parti: una prima sul film in generale, una seconda sulla fedeltà ai fumetti (e relativa interpretazione degli attori) e un’ultima solo per chi ha già visto Homecoming (vi ho avvisato), in cui parleremo di alcune curiosità e citazioni presenti.


Il film

L’inizio del film ci mostra immediatamente la genesi del nemico della pellicola, Adrian Toomes, “in arte” l’Avvoltoio, interpretato da un ottimo Michael Keaton. Il primo grande merito del film è proprio quello di farci empatizzare da subito col villain, presentato non come il classico super-essere spietato ed assetato di potere, spesso caratterizzato in maniera piatta, bensì come un uomo intraprendente che ha assistito alla rovina della propria ditta, addetta al recupero di attrezzature aliene dopo i vari scontri degli Avengers, a causa di accordi governativi piovuti dall’alto che la privano del lavoro e mandano in fumo un investimento; insomma, la classica imposizione odiosa che fa gridare a caste e lobby. La decisione di continuare l’attività di recupero di tali tecnologie in maniera illegale – proprio come un avvoltoio – è dettata non tanto da avidità personale, ma dal desiderio di mantenere la propria famiglia, priorità ribadita a più riprese. Nonostante questo approfondimento non venga esplorato fino in fondo, Michael Keaton (interprete di Toomes) mette in scena un villain carismatico ed estremamente credibile.

Credibilità che si estende anche alla veste grafica, forte di un design moderno ed assolutamente accattivante.

Dopo l’introduzione di Toomes è il turno invece di Peter Parker, l’amichevole Spider-Man di quartiere interpretato da un ottimo Tom Holland (di lui parleremo nella seconda parte) e già apparso in “Captain America: Civil War”. L’approccio di Watts è molto intelligente: ci viene mostrato un videodiario di Peter (qui visualizzabile per i più curiosi) girato durante gli eventi del suo film d’esordio e che termina nel momento in cui iniziano le vicende del film, con Tony Stark (Iron Man) che riporta Peter a casa. Il ragazzino però non riesce a tornare a contatto con la realtà: è estremamente comprensibile (e verosimile) che un quindicenne rimanga con la testa agli adrenalinici momenti trascorsi in mezzo ad una serie di individui che prima poteva solamente ammirare in televisione. Peter aspetta spasmodicamente una nuova chiamata di Tony Stark per prendere parte ad una nuova avventura che lo renda un Avenger, un membro della squadra di Iron Man in pianta stabile. Nell’attesa cerca di dimostrare, anche con i più piccoli gesti, di essere un valido eroe, ma ormai è convinto che la dimensione del Queens gli stia stretta. In questa sua sete di eroismo il contatto con l’Avvoltoio diventa inevitabile.

Questa volta ci vengono risparmiati sia il morso del ragno che dona i poteri a Peter, sia la morte dello zio Ben (vederlo morire una terza volta in così poco tempo sarebbe stato un accanimento degno delle 33 coltellate a Cesare), elementi fondamentali nella genesi del personaggio.


Nonostante questo, il film mostra le origini di Spider-Man meglio dei predecessori.

L’eroe che abbiamo di fronte è inesperto e goffo, tutt’altro che infallibile, e avrà un percorso di crescita ben delineato dal regista. Più di un danno sarà causato dai suoi errori, quasi un inedito nelle precedenti versioni cinematografiche. L’empatia col protagonista è aumentata dalla grande umanità del personaggio, cosa per niente scontata ed anzi rara nei cinecomics attuali, visto che i protagonisti solitamente sono alienati dalla realtà: miliardari, alieni, divinità, uomini provenienti dal passato e via dicendo.

Estremamente apprezzabile è il sapiente bilanciamento fra le scene in costume e quelle in abiti civili, dei problemi di Spider-Man e di quelli di Peter. Il film non si occupa solamente dell’aspetto scenografico esaltato dal genere (ma le scene d’azione ci sono, e sono realizzate molto bene), né è caduto nella tentazione di proporre il più classico dei “teen movie”, con la sola variante dei superpoteri. Per carità, Peter Parker è un quindicenne con problemi da quindicenne, ma l’atmosfera del film, seppur prevalentemente scanzonata ed ironica, non è annoverabile fra le classiche pellicole adolescenziali. Questo equilibrio permette di non avere praticamente alcun tempo morto nonostante le oltre due ore di proiezione.


La presenza in scena di Iron Man, che nei trailer sembrava fin troppo ingombrante, è centellinata e distribuita sapientemente nel corso della narrazione, rivestendo il ruolo di mentore del giovane Peter senza rubare assolutamente la scena.

Promossa anche la colonna sonora, adeguata allo spirito del film ma che comunque non tocca le vette di Danny Elfman nella prima trilogia di Raimi.

Per quanto concerne, infine, il doppiaggio italiano, bisogna sottolineare la pertinenza di Alex Polidori con la voce originale di Tom Holland e il solito ottimo lavoro di Luca Biagini, storico doppiatore di Keaton.

Considerazioni finali

La considerazione da fare, arrivati a questo punto, è che “Spider-Man: Homecoming” riesce a cogliere in maniera fresca e divertente – ma non senza momenti emozionanti – un’ulteriore sfaccettatura dell’universo Marvel che finora era mancata: quella dell’uomo (ragazzo) comune con problemi estremamente concreti ed attuali. Il tutto con uno stile che conquisterà qualunque tipo di pubblico. Non si parla di un capolavoro assoluto, sia chiaro, ma sicuramente di un punto di riferimento per il genere di film che la Marvel propone da qualche anno e per il franchising che, come stiamo per vedere, è stato nobilitato da una grande fedeltà al fumetto e da un ottimo lavoro del cast.


Il fumetto

Per quanto riguarda l’aderenza alla controparte cartacea, come anticipato, non si può non apprezzare la resa del protagonista nel passaggio sul grande schermo. Il lavoro svolto dal giovane Tom Holland è stato ineccepibile sia con che senza maschera: da un lato abbiamo un Peter Parker estremamente impacciato e timido, dall’altro uno Spider-Man molto spigliato che difficilmente lesina battute. Una perfetta corrispondenza con l’originale finora mai raggiunta dai suoi due predecessori: il primo, Tobey Maguire, troppo ingessato come Spider-Man; il secondo, Andrew Garfield, mai abbastanza convincente come Peter. La confidenza che Holland ha dimostrato con il ruolo probabilmente è stata agevolata dal fatto di essere un fan del personaggio da sempre (a differenza di Maguire, che prima di ottenere la parte non aveva mai letto alcun albo). Nonostante il tema delle responsabilità non sia assillante come nei fumetti e nei film precedenti, questo emerge indirettamente in molte scene, pur senza avere i toni più cupi dei predecessori. Una scelta saggia per dare una nuova chiave di lettura dell’eroe.

Per l’Avvoltoio il discorso è un po’ diverso.

Pur essendo un nemico di vecchissimo corso, Adrian Toomes non ha mai raggiunto la popolarità e il carisma di altri antagonisti di Spider-Man. Inoltre il look originale andava rivisto per renderlo credibile in un contesto contemporaneo. Il personaggio, perciò, è stato ripreso e ne sono stati contestualizzati ed esaltati i tratti caratteristici, compresa l’importanza che riveste per lui la famiglia, elemento non inedito nei fumetti. Anche in questo caso la scelta dell’attore è stata indovinata: Keaton, in grande forma negli ultimi anni, ha dato vita ad uno dei nemici più credibili dei cinecomics recenti; il resto lo ha fatto un design di cui abbiamo già parlato. Avventurandoci nel meta-cinema, inoltre, non può non far sorridere il pensiero che Keaton sia stato protagonista del film Birdman, creando un particolare ed affascinante percorso meta-narrativo dell’attore, che ruota intorno ai grandi blockbuster supereroistici (che parte dal Batman da lui interpretato).


Passando ai comprimari, qui ci sono stati degli stravolgimenti ma non particolarmente significativi.

Ringiovanire la zia di Peter e cambiare etnia a qualche personaggio (senza scadere nel peggiore dei politicamente corretto) non altera il cuore del mondo ragnesco; l’ambientazione e l’atmosfera che questi creano sono esattamente quelli delle storie originali del giovane Peter. Merito anche di un cast sempre presente ai propri personaggi che ha fatto dimenticare queste differenze non così rilevanti.

Anche il rapporto fra Spider-Man e Iron Man riprende molto fedelmente il fumetto, dal momento che per un periodo il miliardario in armatura aveva preso sotto la sua ala protettiva l’eroe del Queens, seppur in un contesto ed in un momento completamente diverso.

Quindi anche il “fumetto nel film” viene promosso a pieni voti.

Trivia

Qui qualche curiosità per chi ha già visionato il film (SPOILER).

  • Il film ha il coraggio di citare e prendere in giro alcune scene dei film di Raimi: Spider-Man sopra un treno ad inizio film fa riferimento ad una scena di Spider-Man 2, poco dopo ne rievoca un’altra con la bandiera degli Stati Uniti dietro da Spider-Man 3 e infine, nella scena dell’ascensore, si scimmiotta per un attimo la scena dell’iconico bacio a testa in giù del primo capitolo;
  • nessuna delle diverse ragnatele che il costume di Peter ha in dotazione è stata creata ad hoc per il film, ma sono tutte apparse nei fumetti;
  • la scena dell’inseguimento cita il film “Una pazza giornata di vacanza” (“Ferris Bueller’s Day Off”) di John Hughes, regista al quale Watts ha detto di essersi ispirato durante il film. Sempre in questa scena, inoltre, compare un televisore che trasmette proprio la pellicola di Hughes;
  • il costume originale di Spider-Man aveva le ali di tela, ma non permettevano di planare come nel film;

Questa capacità l’aveva un altro costume, non a caso costruito da Tony per Peter.

  • ad un certo punto l’I.A. del costume di Peter dice di essere entrata in modalità omicidio e immediatamente le lenti della maschera diventano totalmente nere. Il richiamo è ad una versione di Spider-Man di un mondo alternativo, addestrato in Russia e diventato un abile antieroe propenso (non a caso) all’omicidio;
  • il criminale che voleva comprare un rampino dagli uomini dell’Avvoltoio è Aaron Davis, che nel fumetto è un vigilante di nome Prowler, prima nemico poi alleato di Spider-Man. Nel film inoltre fa riferimento al proprio nipote, che altri non è che Miles Morales, un ragazzino di colore che nei fumetti diventerà un altro Spider-Man e sulla cui presenza futura i fan già fantasticano;
  • il criminale che vediamo sul traghetto e nei titoli di coda, Mac Gargan, nei fumetti è il supercriminale Scorpione, papabile antagonista dell’annunciato sequel;
  • la scena in cui Peter solleva le macerie che lo schiacciano riprende perfettamente le tavole, molto conosciute dai fan, di Amazing Spider-Man #33;
  • a fine film Michelle dice che gli amici la soprannominano MJ, rimandando all’abbreviativo della storica compagna di Peter, Mary Jane;
  • Ned Leeds è il nome di un personaggio completamente diverso, che lavora nella redazione del Daily Bugle con Peter, ma ricalca le fattezze e il carattere di un altro personaggio dei fumetti, Ganke.

E voi, cosa ne pensate di Spider-man: Homecoming? Andrete a vederlo? Alla prossima!

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