Donne al volante

Ancora credete al detto “Donne al volante, pericolo costante”? Beh, forse riuscirò a farvi cambiare idea con questo breve, ma significativo ed originale, “viaggio” nella storia del rapporto tra donne e… i mezzi di trasporto!

Donne all’arrembaggio: Anne Bonny e Mary Read

Anne Bonny è stata la prima donna “pirata” ufficialmente riconosciuta come tale, tanto da meritare la citazione nel libro A General History of the Pyrates, racconti del capitano Charles Johnson, biografo ufficiale dei bucanieri (e probabile nom de plume dello scrittore Daniel Defoe).

Della sua biografia non si sa molto: nacque in Irlanda fra il 1697 e il 1705, figlia illegittima dell’avvocato William Cognac e della sua governante. I tre si trasferirono a Charleston, nel Sud Carolina, dove la famiglia Cognac raggiunse una buona posizione economica. Anne era una ragazzaccia, trasandata e per nulla “femminile”, e non si faceva problemi a difendersi anche con le peggio maniere da pretendenti troppo insistenti. Per certo si sa che colui che tentò di violentarla restò “inabile per un tempo considerevole”. Non ci è dato di sapere con precisione a cosa si riferisca l’inabilità, ma una certa idea io me la son fatta.

Anne perse l’eredità quando sposò James Bonny, un marinaio che ambiva al suo patrimonio, e per vendicarsi dell’affronto bruciò la piantagione del padre. La vita della neo coppia non durò a lungo: a New Providence (attualmente Nassau) James Bonny faceva l’informatore per il governatore Woodes Rogers, perciò Anne lo lasciò per un certo Jennings, finché non incontrò John Rackham, meglio noto come “Calico Jack“.

Dopo la prima scorribanda in compagnia del suo migliore amico, Pierre Bosket, la carriera piratesca di Anne fu tutta in ascesa, fino a diventare seconda in comando sulla nave. Considerata pericolosa e coraggiosa quanto ogni altro uomo della ciurma, pare fosse addetta al trasporto delle cariche esplosive, brava nell’uso della pistola e dello stocco.

Donne: Anne Bonny e Mary Read
Due immagini di Anne Bonny (a sx, con la pistola) e Mary Read (a dx con la spada)

La coppia divenne un trio quando incontrarono Mary Read, che mantenne il travestimento da uomo fino a scatenare la gelosia di Calico. Scoperta, fu comunque accettata nella ciurma, al pari di Anne e, ancora oggi, c’è chi crede che le due fossero amanti e non solo amiche.

La loro carriera terminò pochi anni dopo: tutti i pirati furono catturati a seguito di uno scontro, processati il 28 novembre 1720 a Santiago de la Vega, in Giamaica, e condannati all’impiccagione. Le due riuscirono a rimandare l’esecuzione perché dichiararono di essere in stato interessante. Mary morì in prigione per complicanze post parto, mentre si vocifera che Anne fu riscattata dal padre e visse da “donna rispettabile”, con tanto di marito (tale Joseph Burleigh) e una schiera di figli, fino alla sua morte avvenuta il 25 aprile 1782.

La storia di Anne Bonny e della sua presunta bisessualità è raccontata anche nella serie TV statunitense Black Sails, giunta alla quarta ed ultima stagione.


Dalla terra al cielo: Antonietta Cimolini

Nella zona del quartiere Ronco a Forlì c’è una via intitolata ad Antonietta Cimolini, ma il tributo maggiore a questa donna si trova davanti al Mar del Plata, in Argentina, dove, nel 1954, sono state posizionate due lapidi in suo onore: una voluta dall’Aereo Club locale, l’altra dalla Federazione Generale delle Società Italiane in Argentina.

Come ci è finita una forlivese dall’altra parte dell’Atlantico? È presto detto: seguiva il marito Giuseppe Silimbani, un umile fornaio di Forlì con svariati interessi, tra cui la musica, lo sport, in particolare corsa e lotta ma, soprattutto, le ascensioni con la mongolfiera.

Donne: Antonietta Cimolini
Antonietta Cimolini a fianco del marito Giuseppe Silimbani

Antonietta, nata a Casola Valsenio nel 1878 da Carlo Cimolini e da Penelope Frassineti, proveniva da una famiglia della piccola borghesia. Era colta, bella e con un caratterino niente male, tant’è che si sposò a vent’anni contro il volere dei genitori, i quali la abbandonarono definitivamente sentendosi disonorati dagli spettacoli in aerostato che i due sposi tenevano a Forlì e Ravenna, seguiti da un pubblico sempre più numeroso.

A quel punto, non avendo più nulla da perdere, Antonietta, Giuseppe e la figlia Ofelia, si trasferirono in Argentina, dove, per sbarcare il lunario, si esibivano come cantanti lirici nei teatri di Buenos Aires frequentati dagli emigrati italiani. Il meglio del loro coup de théâtre però restava sempre la mongolfiera.

Antonietta si esibiva in evoluzioni sempre più rischiose, su un trapezio appeso all’aerostato “The Invincible Forlì” guidato dal marito, fino al 13 marzo 1904, giorno in cui accadde la tragedia e che, per ironia della sorte, era stato scelto come data dell’ultima esibizione. Fu il vento la causa principale dello scarto improvviso che fece precipitare l’aerostato, e con esso Antonietta, nel fiume Rio della Plata.

Il corpo della Cilimbani, morta per asfissia da immersione secondo il referto del coroner, fu recuperato soltanto il giorno successivo.


La Donna con una marcia in più: Bertha Benz

L’inventore Karl Benz (e fate pure due più due col marchio Mercedes), pioniere del primo motore a combustione interna a due tempi, nel 1888 costruì il prototipo Benz Patent-Motorwagen, un progetto che stava portando avanti ormai da anni. Per “sfondare” gli servivano risonanza, riconoscimenti e, soprattutto, finanziamenti.

Ma Karl aveva già il meglio: sua moglie Bertha Benz.

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Ritratto di Bertha Benz e copertina di giornale a lei dedicata. Il disegno rappresenta Bertha intenta ad acquistare il carburante a Wiesloch durante il viaggio del 1888.

Grazie ad una geniale intuizione, Bertha sostituì i meccanici ed ingegneri specializzati solitamente impiegati per il collaudo dei mezzi e guidò il prototipo costruito dal marito Karl per ben 106 km, da Mannheim a Pforzheim (dove abitava la mamma), creando un evento mediatico unico e diventando, di fatto, la prima persona a guidare un’auto su strade comuni. Strade che, ricordiamo, erano costruite per carrozze e cavalli, di certo non per mezzi che ancora non erano stati inventati.

Per percorrere questi cento chilometri ci mise un’intera giornata, dall’alba fino oltre il tramonto, con la sola compagnia dei due figli maschi (beh, del resto stavano andando in visita alla nonna, no?). Il tragitto non fu dei più agevoli: più volte dovettero scendere e spingere l’auto a mano, poiché il motore non aveva forza sufficiente per affrontare le salite più ripide.

Le avarie (numerose) che si presentarono lungo il percorso, furono risolte grazie alle grandi risorse di Bertha, che si fece aiutare da ciabattini, bottegai e fabbri, che divennero inconsapevoli meccanici improvvisati.
Dopo questa esperienza, Bertha Benz divenne a pieno titolo “la donna con una marcia in più“: fu lei infatti a suggerire al marito di creare dei rivestimenti per i freni che ne migliorassero il rendimento, e, principalmente, a raccomandare di introdurre una marcia addizionale, per affrontare le salite più ripide.

… e la prima patentata d’Italia: Francesca Mancusio

Il regio decreto del 28 luglio 1901 fu il primo regolamento in Italia a fare riferimento alla patente: prevedeva l’emissione di un “certificato di idoneità a condurre automobili con motore a scoppio” e di un “libretto” sul quale sarebbero state annotate eventuali contravvenzioni.

Francesca Mancusio nacque a Caronia il 10 novembre 1893, figlia del cavalier Luigi, di Capizzi. Nel 1909 sposò Ignazio Mirabile, un avvocato, e ricevette in dono dal padre una Isotta Fraschini. Un regaluccio da nulla, chiaro, costato solo 14.500 lire.

Francesca Mancusio patente
Francesca Mancusio e la prima “patente” rilasciata ad una donna in Italia

Il 5 giugno 1913 Francesca ottenne il tanto sospirato “certificato di idoneità” rilasciato dalla prefettura di Palermo, dopo aver conseguito il certificato di abilitazione presso il Circolo Ferroviario d’Ispezione.
Il suo primo viaggio fino a Capizzi, città d’origine del padre, fece ovviamente scalpore e fu circondato da scongiuri e superstizioni, ma ciò non fermò lo spirito “esploratore” di Francesca, tant’è che anni dopo arrivò fino al Polo Nord attraversando l’Europa, a bordo di una Lancia Appia ed in compagnia di un’amica.

Io e la signora Francesca siamo legate da una data: il 22 gennaio 1974. In quel giorno è morta la prima donna patentata in Italia. E sono nata io.


La lunga strada verso casa: Rosa Parks

Siamo a Montgomery, in Alabama. Il primo dicembre 1955, Rosa Parks, una sarta di colore figlia di James e Leona McCauley e moglie di Raymond Parks, sale sull’autobus per tornare a casa. In piena segregazione razziale, sui mezzi pubblici vige una regola ferrea: i primi 10 posti davanti sono destinati ai bianchi, gli ultimi 10 dietro ai neri, mentre i 16 nel mezzo sono “misti“, a disposizione di chiunque.
O, almeno, lo sono finché non sale un bianco, che ha sempre la precedenza.

Rosa Parks schedatura
Rosa Parks viene schedata dopo l’arresto, 1 dicembre 1955

Rosa Parks ha la sfortuna di trovare un unico sedile libero tra i sedici misti e quando sul mezzo sale un uomo bianco, l’autista pretende che lei ceda il posto all’ultimo arrivato. Un caso simile era già capitato in città nel marzo di quell’anno e una studentessa di quindici anni, Claudette Colvin, era finita in prigione, pertanto a seguito del netto rifiuto di Rosa, benché rispettoso e pacato, vengono chiamati due poliziotti ed anche la signora Parks viene arrestata.
Viene accusata di condotta impropria e condannata al pagamento di una multa pari a 10 dollari.

Rosa però appartiene al NAACP, l’associazione nazionale per la promozione delle persone di colore. Al suo arresto i neri di Montgomery reagiscono, esasperati, e per le strade si verificano scontri violenti con la polizia. Su decisione di alcuni leader della comunità afroamericana, tra i quali spicca Martin Luther King, il 5 dicembre inizia il boicottaggio degli autobus, un atto di disobbedienza civile che durerà per 382 giorni.

Autobus - Rosa Parks
L’autobus del “misfatto”, ora esposto all’Henry Ford Museum

Per oltre un anno i neri si rifiutano di utilizzare gli autobus, scegliendo di spostarsi a piedi o in auto, grazie anche al sostegno dei taxisti, che si prestano a trasportare le persone radunate in “punti di raccolta” a tariffe ribassate, adeguandole a quelle degli autobus. (Il motivo della loro adesione è puramente economico: una legge aveva imposto una tariffa base per i taxi di gran lunga superiore al biglietto dei mezzi pubblici, favorendo quest’ultimi).

La protesta finisce il 21 dicembre 1956, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti, il 13 novembre, ha finalmente dichiarato fuorilegge la segregazione razziale sui mezzi di trasporto pubblici, in quanto incostituzionale.

Questo evento storico, il “boicottaggio degli autobus”, viene mirabilmente raccontato nel film del 1990 “The Long Walk Home“, diretto da Richard Pearce ed interpretato da Whoopi Goldberg e Sissy Spacek.


Ci sarebbero molti altri esempi, e storie, da raccontare su questo tema.
Per citarne una, la lezione di Alfonsina Strada (quando si dice “un nome, un destino“), di cui ci ha parlato Lorenzo. Oppure la storia di Samantha Cristoforetti, di cui sono ancora piene le cronache ed i TG: aviatrice, ingegnere, astronauta militare italiana, prima donna italiana negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea e detentrice del record femminile di permanenza nello spazio in un singolo volo (199 giorni). Oppure ancora della coraggiosa e determinata Amelia Earhart, l’aviatrice statunitense che per prima attraversò l’Atlantico, in team nel 1928 e in solitaria il 21 maggio 1932, da Terranova a Londonderry nell’Irlanda del Nord, citata nell’articolo di Serena.

Ormai lo sappiamo, è quasi sempre stato l’uomo il primo in tutto: esploratore, viaggiatore, navigatore, pilota… Ma alcune donne hanno rivoluzionato il concetto di viaggio, partendo proprio dal mezzo di trasporto. Donne coraggiose, o incoscienti, che hanno osato andare, fare e provare ciò che solo agli uomini era permesso. Almeno fino a quando non sono arrivate loro.

A questo punto, qualcosa mi dice che anche la ruota fu inventata da una donna!

Al prossimo viaggio!
Annalisa

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Written by

Annalisa Ardesi

Giunta qui sicuramente da un mondo parallelo e da un universo temporale alternativo, in questa vita riparo pc e mi occupo di grafica pubblicitaria e comunicazione (che vuol dire tutto e niente). Sono una grammar nazi con la sindrome della maestrina, probabilmente in un’altra vita ero una signorina Rottermeier. Lettrice compulsiva, mi piace mangiare bene, sono appassionata di manga, anime e serie TV e colleziono Lego.
In rete mi identifico col nick Lunedì, perché so essere pesante come il lunedì mattina, ma anche ottimista come il “primo giorno di luce”.
In Inchiostro Virtuale vi porto a spasso, scrivendo, nel mio modo un po’ irriverente, di viaggi, reali o virtuali.
Sono inoltre co-fondatrice, insieme a Jessica e Virginia, nonché responsabile della parte tecnica e grafica del blog.
Mi potete contattare direttamente scrivendo: a.ardesi@inchiostrovirtuale.it