Borg McEnroe Film

“Borg McEnroe” è un tributo a due grandi campioni del passato, ma che ben presto si rivela soprattutto un omaggio al nobile sport del tennis.

Quando un regista decide di confrontarsi con una rivalità che ha trasceso il pubblico meramente tennistico, come quella fra Björn Borg e John McEnroe, i rischi nella realizzazione della pellicola sono numerosi: anzitutto lo scarso feeling che cinema e tennis hanno mostrato nel corso degli anni (il tennis è uno degli sport più difficili da proporre cinematograficamente), poi il rischio di banalizzare o snaturare il significato della rivalità stessa. All’annuncio della produzione del film “Borg McEnroe”, insomma, non si percepiva un enorme entusiasmo attorno ad esso. Eppure, usciti dalla sala, il film del regista Janus Metz cancella molte delle perplessità che ruotavano intorno al suo lavoro.

“Borg McEnroe” si presenta come un film che vuole rendere omaggio a due figure iconiche della storia dello sport.

Viene mostrato il differente approccio al tennis e più in generale alla vita dei due rivali, molto diversi in campo, ma più simili di quanto si possa pensare fuori dal rettangolo di gioco, come evidenziato dallo stesso McEnroe e come testimoniano alcuni racconti sulle vicende extra-tennistiche di Borg. Due giocatori mossi entrambi dalla rabbia, ma che la canalizzano in maniera opposta per affrontare le proprie sfide.

Sin dai primi minuti si intuisce che la pellicola non vuole essere solo un ridondante tributo ai due atleti e si mostra ben presto per quello che è: un ottimo compendio cinematografico sul tennis. Anzitutto Metz riesce a descrivere perfettamente la pressione che i tennisti devono reggere quando arrivano al punto di giocarsi la finale del torneo più prestigioso del mondo; a ciò aggiunge inoltre una panoramica sulle insicurezze dei giocatori, sulla lotta interiore che li lacera in ogni singola partita e sulla condizione di solitudine in cui ti pone una partita di tennis, che ancora nessuno era riuscito a riproporre sul grande schermo con tale efficacia. Aspetti questi che probabilmente hanno toccato chiunque abbia mai impugnato una racchetta, anche il più infimo dei frequentatori di tornei amatoriali; non ho difficoltà a credere che alcune scene del film avrebbero egualmente funzionato se Borg e McEnroe fossero stati sostituiti con Sampras ed Agassi o Federer e Nadal.


Si lascia apprezzare molto anche la fotografia del film, che riesce ad acuire la vicinanza con i personaggi e ad esaltarne le espressioni facciali, ben rese da un cast particolarmente ispirato.

Su tutti si deve segnalare la prova di altissimo livello di Sverrir Gudnason, l’islandese-svedese che ha dato il volto a Borg, di cui ha saputo riproporre peculiarità e sguardi, questi ultimi fondamentali per convincere lo stesso Gudnason ad accettare la parte, dal momento che l’attore stesso ha dichiarato:

All’inizio non ero sicuro di volerlo interpretare. Ho pensato che fosse così distante da me come personaggio, come persona. Non facevo esercizio da anni. Bevevo birra e mangiavo pizza. Non avevo mai giocato a tennis. Non ho mai visto un incontro di tennis. Poi ho cominciato a vedere qualche filmato e alcune foto, ho notato qualcosa nei suoi occhi e ho pensato di poterlo fare. Un piccolo pezzo alla volta, ho iniziato a comporre questo puzzle che è cresciuto dentro di me. Alla fine ho dovuto dire sì.

Se Stellan Skarsgård offre la solita prova convincente, molto meno scontato era l’interpretazione di Shia LaBeouf nei panni di John McEnroe: il rischio di ridurre il campione americano ad una mera macchietta di sé era concreto, ma LaBeouf è riuscito a fornire una sua versione credibile di “Superbrat”, col quale ha condiviso alcune “escandescenze” nella vita privata.

A proposito di meta-cinema, la curiosità più grande riguarda l’interprete di Borg in giovane età.

Quest’ultimo ruolo è stato affidato a Leo Borg, il figlio quattordicenne dello stesso Björn Borg, dal quale sembra inoltre aver ereditato un certo talento tennistico e sul quale sono state spese belle parole da altri ex giocatori; nonostante fare questi discorsi su un ragazzino di quattordici anni sia totalmente inutile, visto che non sa né che tipo di giocatore lo porterà a divenire il suo sviluppo fisico né se avrà intenzione di proseguire la carriera sportiva (magari questa esperienza da attore lo spingerà verso una carriera nel mondo del cinema, chissà).

Altra nota di merito, infine, per un aspetto secondario, ma che serve a conferire maggior credibilità a tutta la pellicola: le movenze dei giocatori. Il tennis è forse lo sport i cui movimenti sono i più difficili da riprodurre senza che gli attori appaiano tremendamente goffi, soprattutto agli occhi di chi ha un minimo di dimestichezza con lo sport raffigurato. Invece qui il lavoro svolto è stato certosino, riuscendo a rendere quasi sempre verosimili i colpi rispetto a quelli delle controparti originali. Potrebbe sembrare poco, ma non lo è assolutamente.


Il film non è esente da difetti, che però devono essere ricondotti tutti alla stessa causa: la lentezza generale della pellicola.

Nel panorama contemporaneo, spesso il pubblico condanna senza appello il lungometraggio che si macchi di tale colpa (spesso è proprio questa insofferenza che allontana il pubblico da capolavori del passato, troppo lenti per i canoni attuali). In alcuni passaggi “Borg McEnroe” sembra un lungo scambio fra i personaggi che, proprio come in campo, respingono a modo loro ciò che la vita gli scaglia contro in un lento palleggio di situazioni che si susseguono. Se però la lentezza della pellicola non dovesse risultare un ostacolo insormontabile per chi si accinge a guardare il film, allora verrà meno il problema principale dell’opera.

Vi sono state anche altre critiche al film che non mi sento di condividere: anzitutto che la storia sia stata troppo romanzata, operazione a mio parere non così esagerata e in parte inevitabile sia per raggiungere il proprio scopo che per aggiungere qualcosa ad una vicenda estremamente nota e sulla quale è molto semplice documentarsi.

A proposito, qui gli highlights della partita attorno al quale ruota il film, ossia la finale di Wimbledon del 1980. Alcuni pronti sono stati riprodotti in maniera pressoché identica.

In secondo luogo molti si sono lamentati del minor risalto dato alla figura di McEnroe.

Critica formalmente corretta, ma da un film di produzione scandinava, basato sulla sceneggiatura dello svedese Ronnie Sandhal, non penso fosse lecito aspettarsi nulla di diverso. In questi casi, inoltre, è sempre difficile concedere egual spazio ai due contendenti, perciò anche questa critica appare poco consistente.

In definitiva “Borg McEnroe” è il film che aspettavano non tanto i fan dei due campioni, quanto piuttosto tutti coloro che attendevano una valida trasposizione tennistica al cinema. La generale lentezza del film potrebbe portare alcuni spettatori a valutare negativamente l’intera pellicola, ma probabilmente sarà più grande la fetta di pubblico che non darà troppa importanza a questo innegabile difetto, premiando gli indiscutibili pregi del lavoro di Metz.


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Scritto da:

Lorenzo Picardi

Laureato in Giurisprudenza ed iscritto all'ordine dei pubblicisti. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d'attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell'anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it