indipendenza catalogna
A 10 giorni dal voto, il presidente Puigdemont ha pronunciato il discorso che annuncia l’indipendenza della Catalogna, poi la sospende per aprire al dialogo ed iniziare i negoziati con Madrid, che però, dal canto suo, rispedisce l’invito al mittente.

È un momento di dimensione storica eccezionale”.

Così ha esordito ieri Puigdemont nel suo primo discorso post-referendum secessionista. Un discorso tanto atteso anche dai Paesi dell’Unione, in apprensione ormai da qualche settimana per l’evoluzione della situazione in Catalogna.

Il leader secessionista ha ribadito il sì all’indipendenza catalana, aprendo però al dialogo per iniziare i negoziati con la capitale e creando tra il popolo Catalano non poco malcontento per quelle che già vengono definite solo false promesse; dialogo che continua ad essere negato, invece, dal governo di Madrid, che non vuole cedere a quello che ritiene un ricatto basato su un voto illegale e pretestuoso.

Fuori dai confini nazionali erano contrastanti le idee in merito alle ragioni del governo centrale per delegittimare la consultazione popolare, ma unanime è arrivata la condanna degli errori commessi da Madrid: perseguire le autorità del governo catalano prima del referendum e ostacolare, anche attraverso l’uso della forza messa in atto dalla polizia, il voto del 1 Ottobre.

La svolta secessionista spagnola delle scorse settimane ha, per certi versi, alimentato speranze pressapochiste di emulazione anche per alcune situazioni considerate in qualche modo analoghe del nostro Paese.

Questo perché a molti rimane ostico comprendere perché la Catalogna, apparentemente di punto in bianco, abbia montato questa strategia per ottenere l’indipendenza, ignorando che le rivendicazioni catalane hanno origini ben più antiche: fino a pochi anni fa queste pretese erano basate soprattutto sulle radici storiche e culturali della regione, mentre oggi si spinge molto di più su ragioni economiche e politiche.

La Catalogna, infatti, è una delle regioni più ricche della Spagna e gode di una forte autonomia fin dal 1931. La costituzione democratica del 1978 concesse un alto livello di autonomia alla Catalogna, privata di tutti i suoi privilegi durante la dittatura franchista, e ad oggi è dotata di una sua propria polizia e la sua lingua, il catalano, è diventata lingua ufficiale assieme allo spagnolo.

Dal punto di vista economico la Catalogna è anche una delle regioni più ricche del paese e contribuisce al 19% del Pil spagnolo, motivo per cui i separatisti sono convinti che uno stato catalano si possa reggere economicamente da solo. Convinzioni radicatesi ancor di più con la crisi economica iniziata nel 2008 e le conseguenti misure di austerity imposte dal governo di Madrid. Da ultimo, ma non meno importante, il fattore politico: i separatisti catalani vorrebbero gestire la regione in maniera autonoma, non solo sulle questioni concesse alle singole Comunità Autonome come istruzione e sanità, ma anche in quelle di competenza esclusiva del governo centrale.

A nulla è valso il discorso del Re Felipe in cui ha definito la condotta delle autorità della Catalogna “irresponsabile“.

Barcellona resta spaccata in due: da un lato sfilano le bandiere della Catalogna a sostegno dell’autonomia, dall’altra bandiere spagnole a difesa dell’unità.

Dopo il discorso di ieri di Puigdemont, non ci resta che attendere la decisione del governo spagnolo, riunito in sessione straordinaria per vagliare le possibili contromosse alla dichiarazione di indipendenza e decidere in merito all’eventuale applicazione dell’art.155 della Costituzione che consentirebbe la sospensione dell’autonomia catalana.

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Scritto da:

Virginia Taddei

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
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