Domenico Fioravanti nuoto

Da Pedersoli a Rosolino e Fioravanti, passando per Lamberti e Calligaris, scopriamo come le Olimpiadi australiane hanno cambiato il nuoto italiano.

Passando in rassegna il bottino della nostra squadra di nuoto alle ultime Olimpiadi, non dovremmo rimanere delusi: abbiamo un oro, un argento e due bronzi. Nel medagliere di specialità l’Italia è nona, in perfetta corrispondenza con il nono posto raggiunto nel medagliere generale. Eppure si guarda a questi risultati con un pizzico di delusione. Sicuramente la latitanza dal podio di Federica Pellegrini ha contribuito ad alimentare questo sentimento, ma in realtà questa punta di amarezza nasce anche dall’inevitabile paragone al quale è sottoposta ogni spedizione olimpionica di nuoto: quello con la squadra di Sydney del 2000. Ancora oggi quel gruppo rappresenta l’apice del nostro movimento, del quale è stato al contempo trascinatore. Per comprenderne appieno la portata storica bisogna fare una piccola rassegna del nuoto italiano prima del 2000, certamente non privo di ottimi elementi e di alcuni fenomeni assoluti, ma incapace di avere la forza di imprimere continuità ai propri risultati.


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La “clorologia” del nuoto italiano: dagli anni ’50 ai giorni nostri

Questa piccola “clorologia” che andiamo ad affrontare parte dagli anni Cinquanta. In questo momento storico, ancora lontanissimo dal professionismo che ha caratterizzato lo sport negli ultimi vent’anni, c’è un elemento caratterizzante le vasche italiane: la bivalenza degli atleti italiani, che praticavano contemporaneamente sia il nuoto e che la pallanuoto. Questo legame fu estremamente positivo per quest’ultima disciplina, forte anche di una tradizione migliore; non a caso il “Settebello” vinse due titoli olimpionici in quattro edizioni: nel 1948 e nel 1960. Altrettanto non si può dire per lo sport gemello, condizionato dall’assenza di allenamenti più tecnici e specifici. Figli di quest’epoca sono due atleti in particolare: Carlo Pedersoli, meglio poi noto da attore come Bud Spencer, e Paolo Pucci.

Carlo Pedersoli e Paolo Pucci

Del primo è celebrato soprattutto il record sui 100 metri stile libero, essendo stato il primo italiano ad abbattere il muro del minuto. C’è qualcosa di cinematografico, che sembra anticipare la futura carriera di Pedersoli, nella storia di questo risultato. Nel 1950 a Salsomaggiore, sotto gli occhi del recordman italiano Celio Brunelleschi, fa segnare un 59”7, ma il record non viene ritenuto valido per mancanza di cronometristi della federazione. Pedersoli deve ripetere la gara il giorno dopo ed, essendosi probabilmente arrabbiato, fa registrare un tempo addirittura migliore: 59”5. Sportivamente Pedersoli otterrà molte soddisfazioni, sia ne nuoto che nella pallanuoto, ma dopo alcuni anni il flirt col mondo del cinema lo spinse ad abbandonare le vasche.

Suo erede ideale è proprio Paolo Pucci, col quale condivideva parecchie cose: la società, ossia la gloriosa polisportiva S.S. Lazio (la stessa della squadra di calcio), la doppia carriera da nuotatore e pallanuotista, la predilezione per i 100 metri stile libero e l’imponente fisico. Pucci aveva una tecnica addirittura migliore che, nel 1958, gli permise a diventare il primo italiano iridato in una competizione europea – i 100 stile, ovviamente – facendo registrare in semifinale un ottimo 56” netto. Con le Olimpiadi di Roma alle porte si può sperare in un buon risultato, ma Pucci si stufa degli allenamenti massacranti e abbandona il nuoto proprio nel 1960 per fare il farmacista, nonostante il CONI cerchi insistentemente di portarlo ai Giochi in forma.


Negli anni successivi il nostro movimento viene scosso da una tragedia troppo spesso dimenticata: nel 1966 a Brema, in un incidente aereo, perdono la vita 46 persone, fra le quali alcuni atleti della nazionale italiana di nuoto: Bianchi, Dino Rora, Sergio De Gregorio, Amedeo Chimisso, Luciana Massenzi, Carmen Longo e Daniela Samuele più l’allenatore Paolo Costoli ed il giornalista Nico Sapio. Proprio a loro sono intitolati ancora oggi i campionati italiani.


Novella Calligaris e Giorgio Lamberti

Agli estremi della parentesi temporale delimitata dal momento più triste del nostro movimento – Brema – al più felice – Sydney – si esprimono due dei maggiori talenti italiani di sempre: Novella Calligaris e Giorgio Lamberti. Nessuno dei due aveva un fisico dirompente (1.67m lei, 1.83m lui) ma entrambi compensano la mancanza di potenza con compostezza ed eleganza stilistiche. Al di là degli straordinari risultati, è forse proprio questo il messaggio più bello che hanno lasciato allo sport. Nel 1972 la Calligaris sfata il tabù della medaglia olimpica che il nuoto italiano inseguiva da sempre, portando a casa un argento nei 400 metri stile libero e due bronzi (800m stile e 400m misti). Nella sua precoce e breve carriera, durata dai 13 ai 20 anni, Novella ha inanellato una serie impressionante di record italiani – praticamente su qualunque distanza nello stile libero – ed europei, oltre uno mondiale negli amati 800 metri. Questi risultati le hanno permesso di entrare nella International Swimming Hall of Fame, onorificenza che solo altri due nuotatori italiani hanno ottenuto: Domenico Fioravanti e proprio Giorgio Lamberti.

Leggendo il palmares di quest’ultimo spiccano, fra i tanti, i seguenti risultati: campione europeo nei 100 e 200 metri stile libero nel 1989, campione del mondo a nel 1991 nei 200 metri, detentore sulla stessa distanza di un record mondiale di durata decennale (un’infinità nel nuoto). Salta all’occhio l’assenza di una medaglia olimpica che avrebbe colmato questa lacuna del nuoto maschile e che sembrerebbe scontata per un atleta di tale livello. In occasione delle due Olimpiadi alle quali ha preso parte, ossia Seul 1988 e Barcellona 1992, la Fortuna però ha deciso di non assisterlo: l’esame per il diploma condiziona gli allenamenti del giovanissimo Lamberti in vista dei suoi primi Giochi, mentre quattro anni dopo saranno degli obblighi di leva militare a rovinare i piani del bresciano. Nonostante ciò la sua grandezza non è mai stata messa in discussione. Altri grandi nuotatori che meritano una citazione sono stati Giovanni Franceschi, campione europeo e bronzo mondiale nei misti negli anni ottanta, e Stefano Battistelli, che dall’argento mondiale nei 1500 metri stile libero è incredibilmente passato all’argento mondiale ai 200 metri dorso. Il quadro è quindi quello di una nazione che sa produrre delle ottime individualità ma non una squadra competitiva su più fronti.

Domenico Fioravanti e Massimiliano Rosolino

Si arriva così a Sydney 2000. Gli europei di Helsinki 2000, che anticipano le Olimpiadi, sono i migliori di sempre e lasciano buone sensazioni in vista dei Giochi, ma non così tanto da immaginare quelli che saranno effettivamente i risultati finali. I protagonisti principali sono due: Domenico Fioravanti, ranista, e Massimiliano Rosolino, forte nello stile libero e nei misti. Sarà Fioravanti a vincere il primo oro olimpico nella storia del nuoto italiano, nei 100 metri rana, per poi bissare il successo pochi giorni dopo nei 200 metri della stessa specialità, primo in assoluto a centrare questa doppietta. Nella gara in questione la statuetta di miglior attore non protagonista spetta a Davide Rummolo, che porta a casa il bronzo. Rivedendo la finale è bello ammirare la diversa distensione e fluidità che mostra rispetto ai suoi avversari, facendoli apparire più in affanno di quanto già non siano. Un peccato pensare che, dopo un paio d’anni, un infortunio alla spalla prima ed un’ipertrofia cardiaca dopo sanciranno la fine della sua carriera.

La carica emotiva dell’impresa di Rosolino, oggi tristemente relegato nella memoria di molti al ruolo di “compagno della Titova”, è forse ancora maggiore. Va a giocarsi le medaglie olimpiche nella sua seconda patria, visto che la madre è australiana e lui stesso ha trascorso pochi anni dell’infanzia nel più giovane dei continenti. Nei 400 metri stile libero non c’è niente da fare, Ian Thorpe è troppo forte, Massimiliano vince comunque l’argento. Nei 200 metri stile c’è ancora Thorpe, al quale va aggiungersi un altro fenomeno come Pieter Van den Hoogenband. Rosolino, con una grande rimonta sull’americano Josh Davis, ottiene un insperato bronzo. L’ultima speranza per coronare il sogno iridato sono i 200 metri misti. Rosolino parte piano, dopo le frazioni a delfino e a dorso è terzo, poi però seguono 50 metri rana imperiosi che completeranno la rimonta e apriranno la strada allo stile libero finale, dove Rosolino è il più forte dei partecipanti e non fa fatica a portare a casa l’oro. Per rendere l’idea di quanto la terza vasca sia stata imperiosa basti pensare che Phelps a Rio, a distanza di 16 anni di innovazioni tecniche e di standard di atletismo, ha nuotato la sua frazione a rana solo un centesimo più veloce di quella in questione.

Da questo momento il movimento produrrà senza sosta campioni di livello mondiale e, anche negli anni meno fortunati, sarà comunque competitiva al livello europeo, il vero termometro dello stato di salute del nuoto italiano: può capitare infatti di doversi inchinare, in competizioni mondiali, a nazioni con il bacino di utenza e la tradizione degli Stati Uniti o dell’Australia, mentre con le compagini europee si può giocare “ad armi pari” e, di conseguenza, la carenza di risultati a questo livello è un campanello d’allarme. La speranza, ovviamente, è che fra qualche anno Sydney 2000 verrà ricordata solamente come una splendida tappa di avvicinamento a qualcosa di ancora più grande.

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Written by

Lorenzo Picardi

Laureato in Giurisprudenza ed iscritto all'ordine dei pubblicisti. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d'attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell'anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
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