
Quando è avvenuto il massacro di Nanchino? Qual è il contesto storico a cui si riferisce? Scopriamolo in questo articolo!
I rapporti politici tra Cina e Giappone, come nei recenti scontri riguardo all’isola di Taiwan, non sono mai stati tra i migliori. Tra gli eventi storici maggiormente carichi di tensione, soprattutto dal punto di vista cinese, il massacro di Nanchino è stato certamente tra i più brutali.
Questi fatti, noti anche come “stupro di Nanchino”, misero in luce la ferocia e la spietatezza dell’impero giapponese, il quale si macchiò di numerosi crimini di guerra ancora oggi tema di dibattito e negazionismo nel Paese del sol levante.
Ma quando è avvenuto il massacro di Nanchino? Quali sono stati i crimini di guerra perpetrati? E qual è il racconto degli eventi ai giorni nostri? Non ci resta che scoprirlo.
Il massacro di Nanchino
Per contestualizzare questo insieme di eventi occorre tornare indietro al 1937, anno di inizio della seconda guerra sino-giapponese e “preambolo” del secondo conflitto mondiale. In quegli anni la situazione geopolitica dei due Paesi coinvolti era ben diversa da come la conosciamo oggi.
L’impero del Giappone perseguiva campagne espansionistiche in Cina fin dalla prima guerra sino-giapponese del 1894, vinta proprio dai nipponici, in cui cercava di affermarsi come l’impero dominante dell’Asia. Nel 1932, inoltre, invase militarmente la Manciuria istituendo lo Stato fantoccio del Manciukuò.
La Cina dell’epoca era invece la “Repubblica di Cina”, guidata dai nazionalisti del Kuomintang, i quali stavano combattendo una guerra civile contro il partito comunista cinese. Questa, terminata con una sconfitta nel 1949 e con la conseguente nascita della Repubblica popolare, venne tuttavia sospesa temporaneamente per fare fronte comune contro l’invasore nipponico.
L’invasione giapponese in Cina
L’esercito cinese, confidando nell’aiuto occidentale, cercò di resistere il più possibile contro l’avanzata dell’impero giapponese; ciò, tuttavia, non fu sufficiente per difendere le città di Pechino e di Shanghai, occupate dal nemico nelle prime fasi del conflitto. La conquista di Shanghai era particolarmente strategica per il Giappone, poiché permetteva loro di avanzare agevolmente dalla costa alla capitale Nanchino.

Proprio nella capitale, all’epoca popolata da numerosi occidentali missionari e commercianti, il “Comitato internazionale per la zona di sicurezza di Nanchino” (南京安全区国际委员会) creò uno spazio demilitarizzato e di rifugio per i civili cinesi (南京安全区) in cui i giapponesi accettarono di non attaccare.
Tuttavia il governo giapponese non solo non mantenne gli accordi (pur limitando i suoi attacchi nell’Area), ma nel resto della capitale si rese protagonista di numerose atrocità. Rifiutando le convenzioni internazionali in materia di prigionieri di guerra, l’esercito uccise sistematicamente chiunque catturasse, mitragliando deliberatamente anche le folle di civili su cui si scagliava.

Il 13 dicembre, dopo aver aspettato vanamente la resa cinese, le truppe giapponesi, guidate dal generale Iwane Matsui, occuparono con la forza la capitale Nanchino. Tale evento, però, non placò il loro desiderio di annientare, fisicamente e moralmente, un nemico già sconfitto. Sulla stessa scia degli scontri avvenuti lungo la strada per Shanghai, nelle sei settimane successive, infatti, i nipponici si resero protagonisti di un vero e proprio massacro nei confronti della popolazione cinese.

Il massacro
Una volta conquistata la città, teatro di furti e incendi indiscriminati, i militari giapponesi diedero la caccia e trucidarono sistematicamente i soldati dell’esercito nemico. Con la scusa che questi potessero confondersi tra i civili, vennero barbaramente massacrati anche semplici passanti come vecchi, donne e bambini. Venivano, tra gli altri, fatti esplodere con le mine, bruciati e impalati.

I bambini venivano rinchiusi nudi nelle celle senza acqua né cibo, picchiati, stuprati, talvolta mutilati dei genitali e sventrati. Il disprezzo nei confronti dei piccoli, come se ciò non fosse sufficiente, era tale che i loro corpi in decomposizione restavano insepolti finché l’odore della putrefazione non diventava nauseabondo.

Gli stupri e le violenze nei confronti delle donne erano all’ordine del giorno. Nel Processo di Tokyo – il corrispettivo asiatico del Processo di Norimberga – si stimarono circa 20.000 stupri su donne di ogni età, sebbene altri calcoli facciano salire il numero a 80.000.
Le aggressioni dei giapponesi erano caratterizzate da una sistematicità delle azioni e da un sadismo inquietante. Le donne, comprese bambine e anziane, venivano catturate anche porta a porta per essere stuprate, spesso a turno da più soldati; altre volte obbligate a prostituirsi – le cosiddette “donne di conforto” – o a compiere atti incestuosi con i propri familiari. In ogni caso la fine era segnata: che si ribellassero o subissero impotenti, venivano uccise. Non erano rare le mutilazioni, l’asportazione del feto dal grembo delle donne incinte o l’impalamento con i più svariati oggetti.
Il Processo di Tokyo
Al termine della seconda guerra mondiale, i giapponesi responsabili delle atrocità risposero delle proprie azioni nel già citato Processo di Tokyo. Il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, in particolare, contestava loro i crimini contro la pace, di guerra e contro l’umanità.
Il processo riguardò 28 tra ufficiali governativi e militari. Considerando che due imputati morirono di cause naturali prima della pronuncia della sentenza e che uno venne prosciolto dalle accuse in quanto considerato incapace di intendere e di volere, la Corte emise 7 condanne a morte – una riguardava il generale Matsui -, 16 ergastoli e 2 pene detentive inferiori.

Nonostante le pene inflitte, il Processo di Tokyo subì diverse critiche da parte dei Paesi coinvolti. La controversia maggiore riguarda la scelta della Corte di escludere a priori qualsiasi responsabilità criminale dei membri della famiglia imperiale giapponese coinvolti nella guerra. Ciò era dovuto alle pressioni degli Stati Uniti, principalmente nella persona del generale Douglas MacArthur, i quali lavorarono in gran segreto per proteggerli e far ricadere tutte le accuse su altri esponenti politici e militari. Poiché gli USA godevano già di poteri assoluti di controllo sulle istituzioni giapponesi, l’obiettivo era quello di riabilitare l’immagine dell’imperatore Hirohito per facilitare l’occupazione e l’influenza americana in Giappone.

Il giudice indiano Radhabinod Pal, invece, riteneva che il Processo servisse sostanzialmente per far vendicare le Nazioni vincitrici su quelle sconfitte. La sua considerazione si basava sull’assenza dalla lista dei crimini del colonialismo europeo e dei bombardamenti atomici americani.
Il Processo di Tokyo non fu, però, il solo tribunale che si occupò dello stupro di Nanchino. Al 1949, infatti, 5.700 militari giapponesi andarono a processo, di cui 984 condannati poi a morte.
Il massacro al giorno d’oggi
Molte testimonianze dell’epoca raccontano i crimini compiuti dall’esercito giapponese, come nei diari scritti dall’imprenditore tedesco John Rabe e dalla missionaria americana Minnie Vautrin. Fondamentale anche il lavoro compiuto dal missionario statunitense John Magee, il quale scattò numerose foto e girò un documentario. A ciò si aggiungano anche i racconti dei sopravvissuti e, seppur raramente, dei veterani giapponesi coinvolti nel massacro.
Queste memorie giocarono un ruolo decisivo anche nel già citato Processo di Tokyo, in cui le evidenze portarono alla condanna di molti esponenti politici e militari giapponesi. Ciò nonostante, al giorno d’oggi in Giappone si cerca di ridimensionare l’accaduto, operando spesso un vero e proprio revisionismo storico.
I principali dubbi da parte nipponica riguardano il numero di vittime, ritenendo eccessivamente sovrastimati i 300.000 morti ufficiali. L’assunto è che la popolazione di Nanchino dell’epoca fosse inferiore a quella massacrata, per cui le morti effettive sarebbero in realtà poche decine di migliaia.
Ma, come detto, non pochi giapponesi, compresi politici, negano la veridicità storica del Massacro, ritenendo che americani e cinesi abbiano costruito ad arte foto e testimonianze per vendicarsi degli sconfitti. In ottica revisionistica, negli anni hanno fatto scalpore anche i libri di testo per le scuole secondarie approvate dal governo, in cui i riferimenti agli eventi di Nanchino apparivano minimizzati, reinterpretati o completamente omessi, scatenando un incidente diplomatico con la Cina nel 1982.
La mancanza di rimorso da parte del Giappone rappresenta ancora oggi una ferita aperta per la Cina. In tal senso la Repubblica popolare contesta da più di quarant’anni le visite al Santuario Yasukuni di Tokyo, dedicato ai caduti giapponesi che servirono l’Imperatore. Tra questi, infatti, sono presenti numerosi soldati condannati per i già citati crimini relativi al Massacro di Nanchino.
Il Massacro di Nanchino, quindi, fa riferimento alla seconda guerra sino-giapponese, all’alba della seconda guerra mondiale. Le tensioni riguardo all’evento, però, si protraggono ancora ai giorni nostri. Detto questo non mi resta che salutarvi: alla prossima!
Classe 1986. All’università ho scoperto la lingua cinese ed è stato amore a prima vista, tanto che da allora ho continuato a studiarla da autodidatta.
Nel blog, oltre a parlarvi della cultura cinese, cercherò di rendervi più familiare una delle lingue più incomprensibili per antonomasia.
Potete contattarmi scrivendo a: m.bruno@inchiostrovirtuale.it




