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Sono stati svelati, la settimana scorsa, i finalisti della LXXIV edizione del Premio Strega. E c’è già una sorpresa: sì, perché per la prima volta, a contendersi l’ambito premio letterario, non saranno in cinque ma in sei. Per regolamento, infatti, se nella rosa dei finalisti manca almeno “un libro pubblicato da un editore medio-piccolo”, accede alla seconda votazione il libro con il punteggio maggiore. E così, la celebre cinquina si è fatta sestina.

In attesa di scoprire la votazione finale, la classifica è al momento la seguente:

  • Sandro Veronesi, Il colibrì (La nave di Teseo) con 210 voti;
  • Gianrico Carofiglio, La misura del tempo (Einaudi) con 199 voti;
  • Valeria Parrella, Almarina (Einaudi) con 199 voti;
  • Gian Arturo Ferrari, Ragazzo italiano (Feltrinelli) con 181 voti;
  • Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza (Mondadori) con 168 voti;
  • Jonathan Bazzi, Febbre (Fandango Libri) con 137 voti;

Guida, dunque, Sandro Veronesi che un Premio Strega lo ha già collezionato nel 2006, con Caos Calmo, best-seller da cui fu poi tratto l’omonimo film diretto da Antonello Grimaldi e con Nanni Moretti.

Ebbene, Caos Calmo mi è capitato tra le mani di recente. E sì, è certamente un libro che si appiccica addosso, chiedendo di essere letto tutto d’un fiato. Ma quello che più mi ha colpito è la toxic masculinity o, per dirla all’italiana, la mascolinità tossica di cui sono impregnate le circa quattrocentocinquanta pagine del romanzo.


Donne mortali in “Caos Calmo”

Numerosi sono i personaggi che si affacciano tra le pagine di Caos Calmo. Tutti, o quasi, entrano in scena quando raggiungono Paolo, il protagonista, sulla panchina di fronte alla scuola della figlia, Claudia, dove trascorre tutte le sue giornate, da quando sua moglie, Lara, è venuta improvvisamente a mancare. Ed è proprio prendendo uno per uno questi personaggi e, in particolare, quelli femminili che emerge quella mascolinità tossica che diventa via via più fastidiosa e insopportabile.

C’è Jolanda di cui tutto ciò che sappiamo è – letteralmente – “che fa spinning”. C’è poi la mamma dell’amichetta di Claudia, Benedetta, di cui non sappiamo nemmeno il nome; già, non lo sappiamo perché il protagonista, Paolo, proprio non si sforza di ricordarselo e continua a far riferimento a lei come “Barbara-o-Beatrice”, scritto proprio così. C’è Gaia, l’istruttrice di ginnastica artistica di Claudia che ci viene restituita come una ragazza frustrata, che si rivolge nervosa alle giovani allieve, come a svelare la delusione per una mancata carriera di successo. C’è Annalisa, la segretaria dell’azienda in cui lavora Paolo, di cui si dice che ha sul volto «un’inclinazione quasi permanente verso lo sbigottimento […] come di chi pensi tutto il tempo “io non centro, io eseguo solo degli ordini, e mi adeguo a un mondo incomprensibile”. Secondo me questa sua espressione è legata al fatto che non ha il fidanzato».

C’è Marta, cognata di Paolo, che è semplicemente antipatica. E dire che ce ne vuole a far risultare sgradevole un personaggio secondario il cui apporto alla trama è pressoché nullo. Specie se, anzi, questo personaggio ha tutte le carte in regola per suscitare empatia: ha appena perso la sorella; ha due figli, un terzo in arrivo e nessun uomo al fianco. Ma niente, Veronesi riesce a rendercela insopportabile, ostinata, nevrotica. A voler usare una parola etimologicamente sessista, giusto per stare in tema, la definiremmo isterica.

E c’è poi Eleonora Simoncini, donna di successo, rampolla di una famiglia benestante ed erede di un impero industriale. Un ritratto che ci lascia ben sperare all’inizio del libro quando, ancora non sappiamo il suo nome, è in mare aperto che sta affogando. E mentre sua moglie, poco distante, sta morendo per un aneurisma, Paolo si getta in acqua e la salva. La ritroveremo più tardi: ha preso in mano la sua vita, è intenzionata a lasciare il marito… Ma purtroppo nemmeno la sua sarà una storia di successo; anche il suo personaggio non può esimersi alla sottomissione a cui sono state costrette le altre figure femminili. E la sua è fisica, brutale, ferina: avviene di notte, in giardino, ed è a opera dello stesso Paolo, che le aveva salvato la vita.

Infine, naturalmente c’è Lara. Che non solo conosciamo quando ormai è morta. Ma la cui assenza non appare nemmeno così insopportabile, né per il marito Paolo né per la figlia, Claudia, di dieci anni.


E gli uomini?

A rendere ancor più tossica questa situazione è il fatto che, per contro, tutti gli uomini appaiono come dei vincenti. Certo, anche alcuni di loro hanno delle fragilità, ma intanto li vediamo sfilare in giacca e cravatta o a bordo dei loro macchinoni lungo la via della scuola della figlia di Paolo. Sono manager, sono amministratori delegati. E nessuna donna occupa posizioni pari o superiori alle loro: né ai vertici delle aziende in cui lavorano ma nemmeno nella vita di tutti i giorni.
Ed è paradossale che persino alle risorse umane, dove, per immaginario collettivo, forse ci si aspetterebbe di trovare una donna, troviamo un uomo: Enoch.


Un auspicio

Purtroppo, il ricordo più vivido che mi lascia Caos Calmo è proprio questa soffocante mascolinità tossica che aleggia per tutto il romanzo. Nessuna donna, contrariamente ad altri personaggi maschili, affronta un percorso edificante, di crescita personale; nessuna donna ne esce vincitrice. Tutte, e sottolineo tutte, appaiono sottomesse, umiliate, succubi, antipatiche, asservite, vinte. O, quantomeno, insignificanti.
Unica eccezione, o meglio, unica speranza: Claudia. Che, però, ha dieci anni. In lei il nostro auspicio che possa, in futuro, riscattare il triste ritratto che Veronesi traccia di tutti gli altri personaggi femminili.

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Scritto da:

Roberto Gessi

Classe 1992, vivo in provincia di Novara e mi occupo di social network, scrittura testi e produzione contenuti per il web.
Ho delle passioni molto semplici: mi piace leggere, scrivere e fotografare. Nel 2020, per La Torre dei Venti, ho pubblicato "La Ragazza Gazzella", il mio romanzo d'esordio.