rita atria copertina

Questa volta per la collaborazione con il blog Eco Internazionale ci spostiamo in Sicilia, per dare spazio ad una vicenda che dimostra che l’omertá non è l’unica via.

Francesca Rao racconta la storia di Rita Atria, figlia di un boss ucciso dai corleonesi, che appena adolescente decise di diventare testimone di giustizia. Chiamata “picciridda” da quel giudice a lei tanto caro che combatteva contro i mulini a vento, Paolo Borsellino, si tolse la vita quando la strage di Via d’Amelio le portò via la voglia di lottare per un mondo onesto.


Nata in una famiglia di mafiosi di Partanna, cittadina del trapanese, Rita Atria è stata una vittima indiretta dell’attentato del 19 luglio 1992 al giudice Paolo Borsellino.

Alla tenera età di 11 anni, perse il padre, allevatore di pecore ma in realtà boss locale, ucciso dalla cosca dei corleonesi. A prendere il suo posto fu Nicola, fratello maggiore di Rita. Il rapporto fra i due fratelli divenne sempre più intenso e complice, tanto che Nicola raccontò alla sorella tutti i segreti della mafia del paese, gli intrecci, le gerarchie, i responsabili dell’omicidio del padre.

Quando anche Nicola fu assassinato, la cognata di Rita, contraria alle attività illecite del marito, decise di denunciare gli assassini e, diventata testimone di giustizia, fu trasferita in una località segreta.

«Rita, non t’immischiare, non fare fesserie», le diceva continuamente la madre, ma Rita non voleva ascoltarla. In poco tempo si trovò ad essere lasciata dal fidanzato (poiché cognata di una pentita), e rinnegata dalla madre. Fu così che decise di rivendicare la morte dei suoi cari, e lo fece presentandosi al Procuratore di Marsala, Paolo Borsellino, per raccontargli tutto ciò che sapeva sulla cosca mafiosa del paese: le dichiarazioni di Rita portarono all’arresto di decine di persone.

Per il giudice Rita era la picciridda (la bambina). Con affetto paterno le dimostrò chi fossero realmente il padre e il fratello. Rita si fidava di Borsellino, e tra loro si creò un rapporto confidenziale, tanto da chiamarlo zio Paolo: frequentava i familiari del giudice, che la coccolavano e la riempivano di regali, attenzioni e affetto, quell’affetto che non aveva mai ricevuto dalla sua famiglia.

La sua sete di giustizia le costò cara: a causa delle tante minacce ricevute, Rita fu costretta a cambiare identità e a vivere sotto protezione. La picciridda di Borsellino diceva: «Tutti hanno paura, ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà, e che quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi».


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