La vita davanti a sé

Non arriverà, almeno per ora, sui grandi schermi ma c’è chi vede La vita davanti a sé già a Hollywood. Il nuovo film di Edoardo Ponti è arrivato da pochissimi giorni su Netflix ma ha già sete di Oscar. E quell’Oscar ha un nome e un cognome: Sophia Loren. Diretta da Ponti, suo figlio, nato dal matrimonio con Carlo Ponti, Loren torna sul set dopo sette anni; l’avevamo vista l’ultima volta sul grande schermo in Voce umana, mediometraggio diretto sempre da Edoardo Ponti.
Sophia Loren ha già ricevuto due Oscar: il primo, nel 1962, come Miglior attrice protagonista per il film La ciociara, e nel 1991, quando le fu consegnato l’Oscar alla carriera.

Ma per gli Academy c’è tempo. In attesa di scoprire se Sophia Loren riceverà la sua terza statuetta, analizziamo La vita davanti a sé: un film d’autore che, mentre le sale restano – ahinoi – chiuse, porta – grazie a Netflix – nelle nostre case il buon cinema italiano.


La vita davanti a sé: la trama

La vita davanti a sé ha come protagonista Madame Rosa, ex prostituta, ebrea sopravvissuta all’Olocausto, che conduce una vita umile e pratica. Nel suo semplice ma vivido appartamento spesso accoglie bambini bisognosi, figli di prostitute o che si trovano in condizioni di disagio. Tra questi c’è Momò, orfano senegalese che ha già imparato molto bene a muoversi nelle maglie della piccola criminalità locale. Tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary, La vita davanti a sé è il racconto del rapporto di amicizia e affetto che si instaura tra l’anziana Rosa e il giovane Momò.

Identità sommerse

Il film è impregnato di un multiculturalismo palpabile e quotidiano. Eppure, le esigenze primarie dettate dall’istinto di sopravvivenza e le abitudini viziate dallo spirito di adattamento sembrano costringere i protagonisti, i comprimari e tutta quell’umanità che affolla la scena a rinunciare alla parte più intima di loro stessi.
La fede, le proprie confessioni, la propria cultura, il retaggio, i ricordi, ma anche i sentimenti, gli affetti e le passioni, sono quasi appiattiti; diventano elementi accessori, superflui.

Anche la Puglia (il film è stato girato a Bari), che siamo abituati a conoscere per i suoi paesaggi da cartolina e le sue meraviglie naturali, appare alienante e antropomorfa, piegata anch’essa dagli istinti e plasmata da chi, ivi, punta alla propria sopravvivenza.


Se anche la memoria è un privilegio

Dicono che tutto è scritto e non si può cambiare niente. Ma io voglio cambiare tutto. Voglio ritornare all’inizio, quando niente era scritto.

È un film triste, inevitabilmente triste, dove la miseria e la malattia annullano e appassiscono tutti i ricordi. Sia quelli belli, sia quelli spiacevoli.
Madame Rosa è sopravvissuta all’Olocausto ma del periodo trascorso ad Auschwitz scorgiamo appena un numero che si insinua stoico tra la pelle stanca del suo braccio e il nome di quel luogo odioso viene storpiato da Momò, che mai l’hai sentito prima. In questo senso, l’esperienza di Rosa nei campi di concentramento non diventa una testimonianza per le nuove generazioni ma è destinata a morire insieme a lei. E anche delle meravigliose mimose che, a Viareggio, avevano colorato l’infanzia di Rosà – l’unico ricordo, ci dice, che vorrebbe conservare pur rinunciando a tutti gli altri – resta solo un mazzolino di fiori finti.

La bellezza, la giustizia, la felicità, il riscatto non sono cosa di tutti. Non tutti, letteralmente, possono permettersele. Ma una speranza c’è: con la fratellanza, la comunità e la generosità di ognuno, è possibile superare anche i giorni più difficili. E così, non ci si limita più a sopravvivere, ma si vive. Ed eccola, la vita davanti a sé.

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Scritto da:

Roberto Gessi

Classe 1992, vivo in provincia di Novara e mi occupo di social network, scrittura testi e produzione contenuti per il web.
Ho delle passioni molto semplici: mi piace leggere, scrivere e fotografare. Nel 2020, per La Torre dei Venti, ho pubblicato "La Ragazza Gazzella", il mio romanzo d'esordio.