trump
Protestano e marciano contro Trump uniti dal grido “not my president” “no ban no wall” “women rights are human rights” ed è subito un revival delle imponenti mobilitazioni degli anni ’70.

Trump si è insediato poco meno di 20 giorni fa ed ha già:

  • assicurato che costruirà il famigerato muro tra Stati Uniti e Messico per limitare l’immigrazione clandestina (peraltro non una vera novità visto che una legge era stata già approvata dall’amministrazione Bush nel  2006), anche se troppe dinamiche non sono ancora chiare: in primis chi dovrà pagarlo, visto che Trump continua a sostenere che sarà il Messico a finanziarlo e il presidente messicano Nieto continua a negarlo; poi quanto dovrà essere alto; se sarà un muro alternato a delle recinzioni; ultimo, ma non per importanza, quale ne sarà il costo. Insomma nella teoria il muro potrebbe anche essere fattibile, nella pratica un po’ meno;
  • introdotto il “muslim ban”, l’ordine esecutivo, emanato ed entrato in vigore proprio in concomitanza della Giornata della Memoria, con cui ha bloccato per 90 giorni l’ingresso a cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica, scelti con criteri non troppo chiari e sicuramente molto discutibili, considerato che nessuno proveniente da quei Paesi  (Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen) ha mai commesso un attacco contro gli Stati Uniti, mentre i paesi di origine degli autori di alcuni attacchi terroristici non sono inclusi nel ban; per 120 giorni l’ingresso di tutti i richiedenti asilo; a un tempo indefinito l’ingresso dei richiedenti asilo siriani;
  • espresso una controversa opinione sulla tortura: in una intervista alla ABC News infatti, Trump ha affermato di considerare utile il waterboarding, considerata una pratica di tortura e come tale vietata tanto negli USA quanto dalla leggi internazionali.

Sorge spontanea una domanda: che c’è di strano? Sta facendo ciò che aveva promesso in campagna elettorale. E allora perché stupirsi? Perché era impossibile da credere che tutto questo sarebbe mai successo, forse. Ma impossibile per chi? Ai partiti e alla stampa, i grandi sconfitti delle scorse elezioni, che hanno tentato un indottrinamento mal riuscito attraverso i mezzi di informazione e i social delle celebrities, è sfuggito che viviamo nel mondo della globalizzazione distratta: non riusciamo ad accorgerci davvero della crisi di questa società che chiede invano di essere ascoltata.

Trump è sicuramente inadatto a governare ma è stato in grado di dare ai cittadini di questi Disunited States of America l’ascolto di cui avevano bisogno, l’empatia, che la retorica vuota non era più in grado di trasmettere, spacciando ricette semplici per risolvere problemi complessi. Molti hanno votato Trump di pancia, per rabbia, altri per andare contro l’establishment. Ma molti americani hanno la colpa di aver votato Trump, non perché volessero davvero lui al potere o perché lui rappresentasse per loro qualcosa, ma solo perché “chiunque è meglio di Lei”, e cioè Hillary Clinton, macchiata da un’immagine di politica bugiarda e compromessa, estremamente impopolare, considerata disonesta ed inaffidabile. Ma si sa che

se non sai quello che vuoi, finisci con un mucchio di roba che non vuoi (Chuck Palahniuk).

Ed ecco perché queste mobilitazioni pacifiche, tra le più massicce della storia americana, contro il nuovo Presidente, definito “sessista, razzista, omofobo e xenofobo”, stanno avendo una così grande partecipazione e risonanza mediatica. Un po’ tutti si stanno mobilitando ora per rimediare a ciò che non hanno saputo fermare prima. A manifestare il giorno dopo l’insediamento di Trump c’erano infatti 2,5 milioni di persone in America e nel resto del mondo: da Washington a Boston, da Chicago a New York fino ad arrivare oltre oceano da Londra a Roma, da Berlino ad Atene, da Parigi a Stoccolma.

Manifestavano per temi come la difesa dei diritti delle donne, la spesa sanitaria, la giustizia sociale, l’ambiente. Ad infiammare la folla c’erano poi tantissime star da Madonna a Scarlett Johansson, da Alicia Keys a Emma Watson, da Miley Cyrus a Cher, da Ariana Grande a Katy Perry, da Rihanna a Olivia Wilde, solo per citarne alcune.

Ma l’uragano Donald è soprattutto una enorme spia lampeggiante che ci segnala la crisi dei nostri sistemi di democrazia occidentali. Una spia enorme per entrambi i partiti, ma soprattutto per quello democratico, uscito delegittimato dalle ultime elezioni e con un probabile indizio anche di quella che è la considerazione della Presidenza Obama, cestinata senza soluzione di continuità. I democratici non solo hanno commesso l’errore di puntare sul cavallo sbagliato per la corsa alla Casa Bianca ma anche di non essere riusciti a portare dalla loro parte l’America arrabbiata, quella che si è fatta ammaliare dal populismo, dall’ultra-nazionalismo e dall’estremismo di Trump. Entrambi i partiti devono necessariamente mettersi al lavoro per riorganizzarsi e trovare un vero leader, che riesca, sull’onda di questa ritrovata passione popolare, a recuperare e portare dalla sua anche quelli che hanno votato Trump in modo forse “inconsapevole”.

Nel frattempo a mettere i bastoni fra le ruote alle discutibili scelte di Trump ci penseranno altri, perché Trump sarà anche Presidente ma l’opposizione è più viva che mai: ne sono esempio i tanti avvocati schierati negli aeroporti per aiutare i cittadini bloccati, le 97 aziende della Sylicon Valley, tra cui i giganti da Apple a Microsoft, da Google a Facebook, ed i 16 Stati che hanno appoggiato la causa intentata dagli Stati del Minnesota e di Washington contro il muslim ban, i giudici che prontamente si sono mossi per dimostrare che nessuno è al di sopra della legge; il tutto sempre condito con qualche instagram post della vecchia e nuova Hollywood che non guasta mai, e che, ora più che mai, ha l’opportunità di sfruttare palcoscenici importanti per lanciare messaggi e segnali non troppo velati al proprio seguito e soprattutto al Presidente, come il discorso di Meryl Streep ai Golden Globe o la performance di Lady Gaga durante il Super Bowl.

Insomma svegliate i ‘90s kids e fatevi contagiare da queste ‘70s vibes perché lo spettacolo è appena cominciato e questa è una vera e propria “call to action” ma non sono ammessi spettatori, solo attori protagonisti, all around the world.

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Written by

Virginia Taddei

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Oltre a scrivere articoli, mi occupo dei social collegati alla webzine: twitter, facebook e instagram.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it