proteste in Serbia

Il Presidente Aleksandar Vučić annuncia il ripristino del lockdown in Serbia a causa dell’aumento dei casi di Covid-19 e a Belgrado si scatenano le proteste.

Il coronavirus in Serbia

La Serbia è stata tra le prime nazioni a dare il via alla riapertura delle attività, passando da un ferreo lockdown, durato quasi due mesi, al ripristino della normalità, senza fasi di passaggio intermedio.

A partire da inizio maggio, infatti, il presidente Vučić ha consentito ad allentare drasticamente le misure di sicurezza adottate, togliendo il coprifuoco, riaprendo i centri commerciali, i negozi, i bar e i locali notturni.

A partire da inizio giugno sono ripresi anche gli eventi sportivi con la presenza del pubblico.

A suscitare particolare scalpore, il derby di Belgrado, tra il Partizan e la Stella Rossa a cui hanno assistito oltre 25mila persone, risultato il più grande assembramento in Europa dalla fine del lockdown. 

Tra le manifestazioni autorizzate c’era anche l’AdriaTour di tennis, il torneo benefico itinerante promosso da Novak Djokovic. L’evento è stato cancellato quando uno dei tennisti partecipanti aveva annunciato di essere positivo al Covid-19. Successivamente numerosi atleti, tra cui lo stesso Djokovic, hanno contratto il virus.

Il Balkan Investigative Reporting Network ha pubblicato un’inchiesta che accusa il governo di aver sottostimato i dati sull’epidemia in funzione delle elezioni.

La Serbia al voto

In fase di riapertura, il partito progressista serbo (SNS) di Vučić ha organizzato manifestazioni in pieno stile campagna elettorale, dove distanziamento sociale e mascherine erano del tutto assenti, diffondendo dati che descrivevano una situazione di contagio sotto controllo. 

Il 21 giugno si sono tenute le elezioni e il partito di Vučić, che era favorito, ha vinto con largo margine, aiutato dall’affluenza sotto al 50% e anche dal boicottaggio dei principali partiti di opposizione, secondo i quali non c’erano le condizioni per tenere le elezioni in sicurezza.

Dopo aver celebrato la vittoria elettorale, i principali funzionari del partito sono risultati positivi al Covid-19: hanno contratto il virus il ministro della Difesa, Aleksandar Vulin, il capo dell’ufficio per il Kosovo, Marko Djuric, e la presidente del parlamento, Maja Gojkovic.

Il Paese impone nuove restrizioni per contrastare il virus

La Serbia, che conta 7 milioni di abitanti, ha riportato oltre 17.000 contagi e circa 330 morti, ma i contagi sono in rialzo con un picco di 299 casi registrato martedì 7 luglio.

Dopo l’impennata di nuovi contagi e l’allarme collasso lanciato dagli ospedali, il presidente ha deciso di inasprire le restrizioni per il contenimento del virus. Vučić ha, infatti, proibito i raduni con più di cinque persone, sia al chiuso che all’aperto, e imposto il coprifuoco nella capitale per il weekend appena trascorso.

Il presidente incolpa i cittadini

Vučić ha dichiarato che i cittadini, in particolare i musulmani del Sangiaccato, dove a maggio si è celebrata la fine del Ramadan, sono stati irresponsabili e, per questo, è necessario inasprire le misure anti-Covid.

A seguito delle dichiarazioni del presidente, a Belgrado si è scatenata una vera e propria guerriglia urbana fra cittadini e polizia. 

I manifestanti sono arrivati fino al Parlamento, dove circa 200 agenti della polizia in tenuta antisommossa hanno lanciato lacrimogeni e usato i manganelli per tentare di disperdere la folla che lanciava loro pietre, bastoni, spranghe e uova, mentre diversi veicoli delle forze dell’ordine sono stati dati alle fiamme.

Secondo il bollettino diramato dalla stessa polizia, la guerriglia si è conclusa con oltre 60 feriti e 24 arresti.

Bosko Obradovic, capo del movimento di estrema destra “Dveri“, ha lanciato un appello a tutti gli oppositori in Serbia, chiedendo di raggiungere Belgrado per costringere il Governo e il presidente a farsi da parte. 

La Serbia come gli USA: la violenza ingiustificata della polizia

Secondo Balkan Insight, contro i manifestanti ci sarebbe stato un uso eccessivo della forza, con manganellate e gas lacrimogeni. Ma il capo della polizia, Vladimir Rebic, ha prontamente difeso l’operato, a suo avviso corretto, delle forze dell’ordine che – sempre a suo dire – hanno evitato fino all’ultimo l’uso della forza.

Sui social sono stati condivisi diversi filmati che testimoniano la brutalità della polizia contro i manifestanti inermi e non violenti ma anche contro semplici passanti, che si trovavano lì per caso.

Vittime della violenza dalla polizia anche diversi giornalisti; mentre quelli della rete pubblica RTS, accusata di essere al servizio di Vučić, sono stati aggrediti dai manifestanti.

Unanime il coro di condanna delle violenze di piazza da parte di politici e esponenti di governo. 

Mentre la capitale serba veniva messa a ferro e fuoco, la Tv nazionale trasmetteva programmi di intrattenimento, e le proteste sono state riportate solo ed esclusivamente dall’emittente indipendente N1.

Secondo il presidente a protestare sono “estremisti di destra, criminali e terrapiattisti” e “cittadini dei Paesi vicini, dell’ex Jugoslavia venuti a distruggere il Paese con un piano ben organizzato“.

In aumento, invece, sono le voci secondo cui le violenze sarebbero opera di infiltrati, funzionali a screditare il movimento di protesta  e giustificare il comportamento violento della polizia. 

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Scritto da:

Virginia Taddei

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Oltre a scrivere articoli, mi occupo dei social collegati alla webzine: twitter, facebook e instagram.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it