filo del destino copertina

Cosa determina il nostro destino, quali sono le fila che muovono le nostre vite?
A pochi giorni da San Valentino in molti potreste rispondere che è l’amore ciò che ci lega gli uni agli altri e che ci fa prendere determinate decisioni.
Il matrimonio stesso sancisce un legame e nello sposalizio celtico le mani degli sposi vengono legate simbolicamente.
L’espressione “la vita è appesa ad un filo“ rappresenta la caducità e assieme la speranza delle nostre esistenze.

Il concetto del filo come guida, fisica o spirituale, per trovare il bandolo della matassa delle nostre vite, è un’idea ripresa in più epoche e in più culture, pertanto ho deciso che questo sarà il nostro filo del discorso.


Filo rosso del destino

Il filo rosso del destino è una delle credenze più romantiche del Paese del Sol Levante, giunta a noi tramite gli Anime e i Manga.

Filo rosso del destino
Filo rosso del destino

La leggenda vuole che ognuno di noi nasca con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra (in alcuni casi anche al polso o alla caviglia) che ci unisce e collega indissolubilmente alla nostra anima gemella, la persona a cui si è destinati. Per quanto questi amori facciano dei giri immensi, alla fine troveranno il loro giusto compimento.

La storia di Wei

L’origine della leggenda, diversamente da quel che s’immagina, è cinese e narra di un giovane di nome Wei che, rimasto orfano in tenera età, sogna di farsi una famiglia.
Quando giunge all’età del matrimonio incominciò la ricerca di una moglie perfetta per lui. Il giovane viaggiò in lungo e in largo per la Cina, ma non riuscì a trovare la donna adatta. Un giorno, nel suo peregrinare, arrivò nella città di Song, dove un uomo gli promise che il mattino dopo gli avrebbe presentato la figlia del governatore locale.

In cerca della sposa

Wei era così eccitato all’idea che arrivò al luogo dell’appuntamento che il Sole non era ancora sorto. La piazza era deserta, eccezion fatta per l’anziano che sedeva sulle scale poggiato ad un grosso sacco.

Così, per ingannare il tempo, Wei cominciò a chiacchierare col vecchio: gli raccontò di tutte le sue peripezie matrimoniali e sperava che la fanciulla che era in procinto d’incontrare fosse finalmente quella giusta.
L’uomo scosse la testa, dicendogli che la donna che gli era destinata aveva appena 3 anni e che avrebbe dovuto aspettarne ancora quattordici prima di poterla sposare.

Il vecchio spiegò ancora ad un Wei deluso che il sacco che portava con sé conteneva i fili del destino e che ognuno è legato fin dalla nascita alla propria anima gemella. Il legame è indissolubile e, per quanto tortuoso sia il percorso, alla fine queste anime legate sono destinate ad incontrarsi: la sua futura moglie, colei che avrebbe portato onori e ricchezze alla famiglia, era la figlia della vecchia Cheng che ha il banco al mercato.

Non si gioca col destino

Wei, non prese bene questa storia del destino, non tollerava l’idea che una mocciosa di tre anni, sporca e lacera (sì, perché aveva ottenuto il permesso dal vecchio di vederla e così, l’aveva scorta quel mattino al mercato in braccio a una vecchia), potesse diventare sua moglie e mal reprimeva la sua ira.

Il vecchio, vedendolo adirato, lo avvertì: per quanti sforzi si facciano è impossibile spezzare il filo una volta che è stato annodato!

Neanche a dirlo il ragazzo non diede alcun peso a quelle parole e, ignorando le competenze sull’argomento del vecchio (anche se andava in giro con un sacco di nastri rossi da annodare ai mignoli ignari), ingaggiò un sicario affinché uccidesse la bambina.

Nel trambusto dell’azione però qualcosa andò storto e la bambina venne accoltellata in mezzo agli occhi anziché al cuore.

Certi, mandante e carnefice, che la cosa fosse comunque fatta, continuarono la loro vita e Wei riprese tutto tranquillo la ricerca di una sposa.

Finalmente, quasi quindici anni dopo, il governatore di Shiangzhou, con cui aveva stretto rapporti di amicizia, gli offrì la propria figlia diciassettenne in sposa.

Wei era raggiante, finalmente l’aveva trovata!

La ragazza era bellissima, dolce, devota e portava sulla fronte una piccola pezza da cui non si separava mai. Wei, preso dalla curiosità, le chiese il significato di quella pezza, così la ragazza in lacrime gli raccontò che era figlia del governatore di Song ma che i suoi genitori e suo fratello erano morti e che lei era stata allevata dalla sua tata Cheng fino a che suo zio, il governatore di Shiangzhounon, decise di prenderla con sé e di trattarla come una figlia.

La pezza era dovuta al fatto che, quando aveva solo tre anni, qualcuno l’aggredì e cercò di ucciderla mentre era in braccio alla sua tata.

Wei rimase paralizzato dalla rivelazione, ricordò gli eventi che aveva sepolto nella memoria e quello che gli aveva detto il vecchio sull’impossibilità d’ingannare il destino. Così, disperato, raccontò alla fanciulla tutta la storia e ammise ogni sua responsabilità.

Da quel che si sa la fanciulla non batté ciglio e forse, complice il filo rosso, accettò di buon grado quel marito, si amarono per lunghi anni ed ebbero un figlio che diede loro grandi soddisfazioni.


L’amore oltre il tempo

Per i Giapponesi questa cosa dell’amore destinato è talmente potente che, nelle narrazioni dei manga e degli anime, sono arrivati al concetto che l’amore a cui sei destinato trascende il tempo.
Molti sono i manga che giocano su questo concetto e, se siete curiosi, ve ne suggerisco due scelti tra i miei preferiti. Uno dei più famosi e popolari che tratta anche questo tema è Inuyasha di Rumiko Takahashi in cui, tra mille avventure, una ragazza del presente trova l’amore nell’epoca Sengoku.
D’ambientazione moderna è invece il romanzo Your Name di Makoto Shinkai, da cui è tratto anche un film che ha avuto numerosi riconoscimenti in patria e internazionali. In questo caso l’amore non solo vince il tempo ma anche… Eh no, non vi dico niente! Ma, se il genere vi piace, consiglio vivamente di leggere il libro o vedere il film!

Your name di Makoto Shinkai
“Your name” di Makoto Shinkai

Al romanticismo orientale, l’Occidente risponde con una storia in cui s’intrecciano amore e tradimenti.

Il filo di Arianna

Minotauro di Spoleto - scena Minotauro di Spoleto - scena
Scena tratta dal “Minotauro di Spoleto”

Un grande inganno è costruito sulla parola “amore”.
Teseo: “Minotauro, portiamo un messaggio d’amore”.
E subito gli fa eco Arianna, “Minotauro, portiamo la luce di un mondo nuovo
senza né odio né sangue, ma solo amore che langue”.

Quel che è sopra riportato è il dialogo cardine del quadro 8 del Minotauro di Spoleto, opera lirica contemporanea su musica della compositrice Silvia Colasanti, basato sulla ballata di Friedrich Durrenmatt Minotaurus

Minotauro di Dürrenmatt non assomiglia a quello della storia che conosciamo: non ci sono eroi e traditori e, nella versione della Colasanti come dicevamo, si mette in scena il grande inganno dell’amore. Questo per dire che non tutti i fili conducono alla felicità.

Ma recuperiamo il bandolo della matassa e, aderendo al mito classico, andiamo a conoscere i coprotagonisti del nostro filo.

Minotauros di George Frederic Watts
“Minotauros” di George Frederic Watts

Il Minotauro

In realtà si chiamava Asterio o Asterione ed era un gran pezzo di ragazzo. Alto, muscoloso, pieno di testosterone, desideroso di lotte e di fanciulli di cui si nutriva. Il suo più grosso problema era aver preso molto dal padre.

Ma procediamo con ordine. Ci troviamo a Creta, sotto il regno di Minosse che, per mostrare la sua potenza come re, chiede a Poseidone di donargli un animale da sacrificare. Così Poseidone gli inviò un meraviglioso toro bianco. Minosse rimase affascinato dall’animale e decise che l’avrebbe tenuto come animale da riproduzione e scelse d’immolare agli dèi un’altra vittima sacrificale.

Ovviamente Poseidone si offese per questo scambio e decise di vendicarsi facendo sì che Pasifae, moglie di Minosse, s’innamorasse perdutamente del Toro tanto da voler unirsi a lui.

Se ci fosse stato Freud avrebbe gongolato per questo quasi perfetto complesso d’Edipo (ma quella è un’altra storia e non ha fili di mezzo): la madre di Minosse infatti è Europa, rapita da un toro bianco con le corna a forma di luna, che in realtà era Zeus che, essendosi innamorato della fanciulla, aveva scelto quella forma per avvicinarla e concupirla senza spaventarla.

La nascita del mostro

Per poter assecondare i suoi desideri Pasifae chiese aiuto a Dedalo, l’ingegnere tuttofare della corte, che le costruì una bella giovenca di legno, dentro alla quale la donna si nascose e finalmente poté coronare il proprio sogno d’amore.

Da questa unione nacque, come dicevamo, Asterio, che era umano con la testa da Toro (alcune tradizioni riportano anche che avesse zoccoli al posto dei piedi) e un carattere decisamente animale.

Minosse si accorse quasi subito che il bambino non gli assomigliava per niente, così, per contenere il disonore, chiamò il solito tuttofare e gli commissionò una stanzetta dei giochi piuttosto grande e complicata.

Così Dedalo, aiutato dal figlio Icaro, tirò su un così gran bel labirinto che, per uscirne, dovettero usare le famose ali di cera (non indaghiamo cosa ci faceva così tanta cera nel labirinto).
Una volta sistemato il pupo, Minosse. che tutto sommato era un buon patrigno, nutrì il figliastro inviandogli ogni nove anni sette ragazzi e sette fanciulle provenienti da Atene, terra conquistata dal re e che quindi doveva il tributo.

Mi sono sempre chiesta, ma il mito non è chiaro in proposito, se i ragazzi venissero inviati nel labirinto scaglionati per distanziare i pasti della bestia o tutti insieme; in fondo, un mostro che si rispetti, potrebbe anche fare un unico lauto pasto ogni nove anni; in ogni caso questi quesiti sono senza risposta certa, ma volevo condividere con voi i miei dubbi.

Un altro tauro

Ci sono delle teorie, però, per cui il Tauro di Minosse non fosse un mostro taurino, bensì il suo crudele capo degli eserciti, e che i giovani inviati da Atene fossero i premi per i giochi funebri in onore di Androgeo. L’arrivo di Teseo risolse qualche problema al re che, per liberarsi dello scomodo generale, oltretutto molto innamorato di sua moglie, fornì aiuto al ragazzo e, a vittoria ottenuta, offrì in moglie la figlia Arianna.

Una seconda versione, invece, vuole che Tauro fosse un giovane bellissimo a cui si concesse Pasifae in un momento in cui Minosse, a causa di una malattia, non poteva avere figli, così la gravidanza della regina non passò inosservata. Il bimbo venne mandato in montagna a vivere con i pastori e venne chiamato Minotauro, a causa della somiglianza col padre. Quando il giovane, stufo della montagna, si ribellò, il sovrano decise di farlo arrestare, ma lui si rifugiò in un dedalo di caverne davanti alle quali venivano lasciati cibi e bevande dagli abitanti e criminali da eliminare dal sovrano.

La morte per mano di Teseo è invece una costante in ogni filone.

Teseo

Il principe Teseo è l’eroe per eccellenza dell’Attica e trova la sua corrispondenza in Eracle (Ercole per i latini)

Mater semper certa est pater numquam
Teseo - Canova
“Teseo” di Canova

Come tutti gli eroi, di chi fosse effettivamente figlio, non è ben chiaro.
All’epoca del suo concepimento Egeo aveva difficoltà ad avere figli, così si rivolse all’oracolo di Delfi che, strano ma vero, gli diede un responso poco comprensibile.

Sulla via del ritorno si fermò a Trezene, dove racconto a Pitteo che l’oracolo gli aveva predetto che per avere un figlio non avrebbe dovuto “slegare il collo dell’otre fino a che non fosse arrivato ad Atene”.
Pitteo comprese il messaggio, fece ubriacare Egeo e notte tempo gli infilò nel letto sua figlia Etra. Un’altra versione racconta che Etra fosse stata presa con la forza da Poseidone, ma tanto Egeo non ricordava niente, quindi si attribuì senza problemi la paternità del bambino.

Per sicurezza il bambino restò a vivere con la madre, che non avrebbe potuto svelargli l’origine della sua nascita fino a quando il ragazzo non fosse stato abbastanza forte da sollevare il masso sotto cui il padre aveva nascosto la propria spada.

L’arrivo ad Atene

Diversi anni dopo troviamo un Teseo sedicenne, con la testa per metà rasata, alla moda degli Abanti, che decide, superata la prova della roccia, di farsi riconoscere dal padre.
Le congiunture rendevano lo spostarsi piuttosto pericoloso: da quando Eracle era prigioniero in Lida, molti mostri si erano ringalluzziti e ora spadroneggiavano, rendendo altamente insicuro transitare per l’istimo di Corinto.

Ma qui abbiamo un adolescente mezzo punk, forse figlio di un dio che prova invidia per Eracle, per cui senza sentir ragioni si avventura a piedi, mietendo vittime mostruose lungo tutta la strada. Fortunatamente, prima di arrivare ad Atene, venne accolto dai Fitalidi che lo purificarono dai delitti commessi.

L’educazione prima di tutto

Quando giunse ad Atene Teseo godeva già una certa fama.
A corte trovò la maga Medea che cercava ancora di risolvere i problemi di sterilità di Egeo. Come la donna lo vide capì la sua identità e temette perché il giovane era la prova evidente che i suoi rimedi non funzionavano, così suggerì ad Egeo, che temeva la fama del ragazzo e non ne conosceva le origini, d’invitarlo a pranzo per avvelenarlo.

Fortunatamente, quando fu servita la carne, Teseo ebbe l’idea di usare la propria spada (si proprio quella con cui aveva massacrato mostri e briganti!) per tagliarla; Egeo così riconobbe il figlio e buttò la coppa avvelenata.

Intanto, ad Atene…

Nel frattempo Atene viveva una penosa sudditanza: Androgeo figlio di Minosse, in visita ad Atene per dei giochi ginnici, fu ucciso a causa della sua supremazia atletica e per questo motivo Minosse aveva attaccato e sconfitto la città, costringendola a pagare ogni nove anni un tributo di sette giovani e sette ragazze.
Quando giunse il momento di fornire il tributo per la terza volta, gli Ateniesi cominciarono a mormorare, così (in una versione del mito) Teseo si offrì volontario con l’intento di uccidere il mostro e liberare Atene da quel pesante fardello.

Arianna

Arianna a Nasso -Kaufmann
“Arianna” a Nasso di Kaufmann

Figlia di Minosse e Pasifae, vive a Creta assieme alla sua famiglia: quando tra i fanciulli provenienti da Atene scorge il bel Teseo, se ne innamora perdutamente.

Anche il loro, come tutti gli idilli classici che si rispettino, è un amore contrastato e pericoloso. Volendo tralasciare il fatto che si trovano su fronti opposti, lui Ateniese e lei Cretese, rimane il problema che il giovane straniero è sul menù del di lei fratellastro.

Non potendo sopportare di perderlo Arianna decide di aiutarlo, schierandosi apertamente contro la propria famiglia.

Poco prima che Teseo venisse condotto nel labirinto lei gli fornì una spada, anche se su questo le fonti discordano, e una matassina di filo che lui avrebbe dovuto svolgere mentre si addentrava nel labirinto. A tenere l’altro capo, a guidarlo verso l’uscit,a ci sarebbe stata lei.

Il fattaccio

Bene, ora che conosciamo i nostri protagonisti, veniamo agli eventi.
Teseo si addentra nel labirinto, trova il Minotauro e ingaggia una lotta all’ultimo sangue: che sia grazie alla spada o direttamente a mani nude, come sostengono i più fanatici del mito, fatto sta che il giovane ateniese ha la meglio sul mostro taurino e, grazie all’astuzia di Arianna, guadagna sano e salvo l’uscita del labirinto.
Una volta fuori corre verso la nave e salpa alla volta di Atene, portando con sé la giovane principessa.

Che accadde sulla via del ritorno non è chiaro

Forse Teseo aveva sfruttato biecamente l’amore che Arianna provava per lui, forse si rese conto che la cosa non avrebbe funzionato. Minosse, appena scoperta l’uccisione del mostro, avrebbe nuovamente mosso guerra contro la città dell’Attica e lei sarebbe rimasta la figlia del suo nemico.

Altre fonti sostengono che Teseo fosse banalmente innamorato di un’altra donna.

Fatto sta che, dopo avere affrontato quel mostro terribile che era il Minotauro, Teseo decise di risolvere con altrettanto coraggio la questione “Arianna”: così, approfittando di una sosta tecnica all’isola di Nasso, abbandonò la fanciulla dormiente e prese letteralmente il largo.


Curiosità linguistiche

Il modo di dire “essere piantata in asso” deriva dall’abbandono di Arianna, che fu piantata in Nasso; persa poi la valenza toponomastica, la parola “Nasso” si trasformò nel più semplice “asso”.


Arianna si destò che ormai la nave era lontana e pianse lacrime amare e rancorose.

Mentre era lì che piangeva per il suo amor perduto, ecco che sopraggiunge Bacco con tutto il suo corteo.
Vista una fanciulla così bella e triste si avvicinò, sentì la sua storia e decise di sposarla, regalandole un meraviglioso diadema.
I due vissero insieme molti anni ed ebbero diversi figli. Alla morte di Arianna, per desiderio di Bacco, Efesto trasformò il suo diadema nella costellazione della corona boreale.


Concludiamo questo breve excursus, sui fili che guidano il destino, ricordando il filato più importante.

Le Moire o Parche

Hercules-le Parche
Hercules: le Parche

Le Moire sono la personificazione del destino: quando si nasce ognuno ha la sua moira, la sua parte di vita, felicità, fortuna. Nelle epopee Omeriche le Moire sono tre: Atropo, Cloto e Lachesi; esse regolano la vita di ciascun mortale e ne regolano la vita dalla nascita alla morte. Una filava il filo della vita, la seconda lo avvolgeva e la terza lo tagliava quando era giunto il momento di concludere un’esistenza.


Bene, miei stimatissimi lettori, è veramente giunta l’ora di darci un taglio (chi ci dice che questo modo di dire non derivi dal taglio delle Parche?). Spero vivamente che abbiate legato al vostro mignolo un filo rosso, che vi farà attraversare gli intricati labirinti della vostra vita agevolmente e in dolce compagnia. A presto!

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