Proteste-dopo-morte-George-Floyd

Non si placano le proteste iniziate a seguito della morte di George Floyd: 25 Stati in rivolta, Trump in un bunker e il resto del mondo che si unisce ai manifestanti della “land of freedom”.

Il caso George Floyd

Lo scorso 25 maggio, George Floyd, un uomo di colore di 46 anni, è morto a Minneapolis, in Minnesota, per asfissia, come accertato dall’autopsia richiesta dalla famiglia, dopo che, come ricostruito in questo video dal New York Times, un poliziotto lo ha costretto a terra con il ginocchio premuto sul collo per svariati minuti. 

La brutale scena è stata ripresa da una passante e postata su internet generando sgomento e indignazione, oltre che per le immagini anche per l’audio. 

Infatti, si può chiaramente sentire Floyd dire “Please, I can’t breathe”. Per di più, diversi passanti hanno inutilmente sollecitato la polizia a liberare il collo del 46enne che sanguinava dal naso ed era chiaramente in difficoltà respiratoria.

Le proteste hanno inizio

È proprio l’eccessiva violenza usata dalla polizia al centro delle proteste che da giorni dilagano in tutti gli Stati Uniti. 

A differenza di quanto accaduto in altri casi noti, le autorità, dopo alcuni tentativi di insabbiamento – compresa la diffusione di un’autopsia volta a smentire la morte per asfissia -, hanno preso le distanze dagli agenti coinvolti nel caso. Il dipartimento di polizia ha, inoltre, consegnato agli inquirenti i filmati registrati dalle telecamere che gli agenti portano sulle loro divise.

Il sindaco democratico Jacob Frey, ha affermato:

Quello che abbiamo visto è sbagliato a ogni livello, essere nero negli Stati Uniti non dovrebbe essere una sentenza di morte. La tecnica usata dall’agente viola le regole della polizia.

le proteste infiammano america

Tale affermazione non risponde al vero

Secondo Teresa Nelson, direttrice legale dell’American civil liberties union del Minnesota, Chauvin e gli altri agenti:

Hanno clamorosamente ignorato il protocollo d’intervento. Ma resta il fatto che le regole del dipartimento permettono di far perdere conoscenza a un individuo e questo è un problema.

Gli agenti di polizia di Minneapolis sono, infatti, autorizzati a soffocare un sospetto fino a fargli perdere conoscenza se ritengono che stia opponendo “resistenza attiva”, come precisato nel regolamento del dipartimento. Praticamente, soffocare qualcuno fino a ucciderlo è considerato accettabile quando l’uso della forza è “giustificato”.

L’agente accusato di aver ucciso George Floyd, Derek Chauvin, accusato di omicidio dal procuratore di Minneapolis, è stato arrestato il 29 maggio e gli altri tre agenti coinvolti sono stati licenziati.

Le proteste non si placano

Nonostante ciò, le proteste, diventate una forma di rivendicazione contro gli abusi della polizia e le discriminazioni nei confronti delle persone di colore, non accennano a fermarsi.

Il comportamento della polizia e le parole pronunciate da George Floyd hanno riportato, infatti, alla mente altre vicende mai del tutto chiarite.

George Floyd - proteste black lives matter

“Copwatch”: il documentario sul caso Garner

I can’t breathe” sono le stesse parole pronunciate anche da Eric Garner, afroamericano ucciso nel 2014 a New York, poco prima di morire per mano della polizia in circostanze analoghe a quelle di Floyd.

Proprio il video della morte di Garner, filmato e diffuso dall’amico presente sulla scena Ramsey Orta, insieme ai video dell’arresto di Freddie Gray a Baltimora e dell’uccisione di Micheal Brown a Ferguson, Missouri, aprono il documentario – disponibile su Netflix – “Copwatch“. Tutte e tre le vittime sono afroamericani, disarmati, uccisi da agenti di polizia per eccesso di violenza. 

Il documentario mostra poi l’attività portata avanti da volontari e attivisti che, sintonizzati sulla radio della polizia, si precipitano in ogni dove, muniti di telecamera, per filmare gli arresti effettuati dalla polizia, al fine di testimoniare il reale comportamento degli agenti e, allo stesso tempo, per fungere da deterrente contro la violenza ingiustificata degli stessi.

George Floyd - proteste in favore del black lives matter

Cerchiamo di capire da dove nasce la necessità degli afroamericani di protestare per mettere fine ad una società razzista e profondamente divisa. 

Il documentario “XIII emendamento”

Il documentario “XIII emendamento” – disponibile su Netflix – partendo dalla fine della Guerra di Secessione, indaga sul come il razzismo permanga nella società americana, evolvendo e mutando governo dopo governo, e sul perché la popolazione carceraria degli USA – che, peraltro, rappresenta il 25% della popolazione carceraria mondiale – sia popolata per la stragrande maggioranza da persone di colore.

L’idea dell’uomo nero violento e pericoloso è presente nella cultura popolare americana sin dai tempi di “Nascita di una nazione”, uno dei primi film della storia del cinema, diretto nel 1915 da David Griffith. La parabola xenofoba dell’America raggiunge il suo momento più buio con il Ku Klux Klan e prosegue oggi con gli omicidi di centinaia di persone di colore. 

Sulla base di questa ricostruzione storico-temporale, il documentario mostra il progressivo processo di criminalizzazione dei neri servito da pretesto per precostituire un nemico. 

In questo contesto, prima venne Richard Nixon chem con la “War on drugs”, invece che cercare di combattere la tossicodipendenza diligante, ha dichiarato guerra a coloro che la consumavano, che per lo più erano neri; poi fu la volta di Ronald Reagan, fautore del principio “law and order” – citato qualche giorno fa da Trump in un tweet -, che ha determinato un sistema di incarcerazione di massa, aumentando in maniera drastica gli arresti delle persone di colore negli Stati Uniti.

Black Lives Matter

Il movimento Black Lives Matter ha trasformato le proteste in campagne e proposte politiche per migliorare la condizione di vita degli afroamericani.

George Floyd - black lives matter

Il movimento antirazzista, nato nel 2013 dopo l’omicidio di Trayvon Martin, cresciuto attraverso i social network, è diventato sempre più importante. 

Tuttavia, Melina Abdullah, cofondatrice della sezione di Los Angeles di Black Lives Matter, ha rivelato che l’interesse dell’opinione pubblica e delle emittenti televisive sulla questione razziale si è ridotto notevolmente dopo l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump.

Da proteste a vere e proprie rivolte

Le proteste iniziate dopo la morte di Floyd sono dilagate in tutta America e si sono trasformate in vere e proprie rivolte.

In oltre 20 Stati migliaia di persone, di colore e non, hanno partecipato a cortei e manifestazioni pacifiche per chiedere a gran voce, da un lato, giustizia per George Floyd e per tutte le persone di colore vittime della violenza della polizia e, allo stesso tempo, un cambiamento radicale della società americana.

Le proteste pacifiche, tuttavia, sono ben presto sfociate in saccheggi e incendi di edifici, auto e negozi, oltre che violenti scontri con la polizia.

proteste a minneapolis

Per tale ragione, i sindaci di tantissime città hanno imposto il coprifuoco notturno, mentre i governatori di 23 Stati hanno chiesto l’intervento della Guardia Nazionale per dare sostegno alla polizia.

La violenza della Polizia continua

Numerosi video circolati su Internet dimostrano che la polizia è intervenuta con forza e violenza, la maggior parte delle volte ingiustificata, contro i manifestanti. 

Molti di questi preoccupanti episodi, ai danni di manifestanti, ma anche di giornalisti e operatori televisivi arrestati in diretta, sono stati ripresi e diffusi sui social network, dove stanno suscitando indignazione e proteste. 

Nei video è possibile vedere chiaramente gli agenti di polizia usare proiettili di gomma o spray urticante, spintonare e picchiare manifestanti inermi e semplici passanti, e guidare auto di servizio contro la folla. Addirittura a Minneapolis alcuni poliziotti e membri della Guardia Nazionale hanno sparato dei proiettili di vernice contro un gruppo di persone che li osservava e filmava dalla propria veranda, in una zona residenziale.

Il resto del mondo non è rimasto fermo a guardare

proteste pacifiche nel resto del mondo

Per la prima volta, sulla scia delle manifestazioni americane, nelle capitali di mezzo mondo stanno dilagando proteste pacifiche a sostegno del movimento “Black lives matter”.

I social network, le piattaforme streaming e alcuni grandi marchi di fama mondiale hanno pubblicamente appoggiato i manifestanti e condannato le azioni della polizia e il comportamento incosciente di Trump.

Allo stesso modo sui social, da giorni, i vip stanno usando la loro enorme risonanza per sostenere la causa, diffondere informazioni sulle manifestazioni e dare voce ai manifestanti, e hanno lanciato il 2 giugno il #blackouttuesday.

In questo clima di rivolta, cosa sta facendo il Presidente degli Stati Uniti?

Le proteste sono arrivate fino a Washington, dove la polizia ha dovuto creare un perimetro di protezione della Casa Bianca, messa in lockdown per la prima volta tra venerdì e sabato per via dell’arrivo dei manifestanti nelle strade circostanti.

proteste a Washington

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nascosto nel bunker con la famiglia, invece che prendere in mano le redini di un Paese allo sbando, ha continuato imperterrito a twittare, per lo più messaggi-spot senza senso, e a chiedere ai governatori dei vari Stati tolleranza zero contro i manifestanti, minacciando di inviare l’esercito qualora non fossero in grado di riportare la calma nelle città in rivolta.

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Scritto da:

Virginia Taddei

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Oltre a scrivere articoli, mi occupo dei social collegati alla webzine: twitter, facebook e instagram.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it