musicoterapia per il cuore e la mente
Che la musica possa essere benefica per il corpo e la mente è risaputo da sempre. Lo stesso Pitagora ne constatò gli effetti positivi sulla salute – a suo dire ascrivibili alla natura matematica delle melodie – tanto da definirla “medicina musicale”.

Oggi la chiamiamo musicoterapia, ma la sostanza non cambia! Nell’articolo, dunque, parleremo dei suoi benefici e usi, non prima, però, di averne chiarito la natura.

Musicoterapia

Cosa è la musicoterapia?

Le definizioni sono numerose e, in alcuni casi, piuttosto contorte. Noi la definiremo come l’uso clinico e basato sulle evidenze della musica, secondo un programma designato ad hoc dal musicoterapeuta.

Questa figura professionale, infatti, può prescrivere la musicoterapia:

  • individuale (rivolta al singolo paziente) o di gruppo (rivolta, invece, ad una comunità);
  • attiva (i pazienti cantano, suonano o ballano) o passiva (i pazienti ascoltano la musica);
  • basata sui gusti personali del paziente o scelta dal terapeuta senza consultarlo.

Ciascuna di esse contribuisce, a suo modo, al raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Prima di addentrarci nei dettagli, però, dovreste sapere che della musica si fa un uso complementare. Ciò significa che viene usata insieme ai farmaci, cosicché possa intervenire laddove non riescano. L’uso della sola musicoterapia, invece, non solo è poco studiato ma è impensabile: ve l’immaginate un malato di Parkinson o di schizofrenia, senza i suoi farmaci? Meglio non pensarci!

Ma quali sono le condizioni che potrebbero trarne vantaggio?


Indicazioni e benefici della musicoterapia

La musica è impiegata soprattutto in campo neurologico e psichiatrico, benché non manchino evidenze che ne giustifichino l’uso come palliativo del dolore.

Gli stimoli acustici, infatti, attivano particolari aree nervose che controllano le funzioni:

  • cognitive (memoria, concentrazione, attenzione);
  • motorie (deambulazione e coordinazione);
  • sensoriali (dolore);

migliorando in tal modo i sintomi associati al loro squilibrio.

Nei paragrafi successivi, approfondiremo le indicazioni sulle quali sono disponibili evidenze di qualità, fornite principalmente da revisioni sistematiche e metanalisi.

Curiosità: cosa sono gli studi di metanalisi?

Gli studi di metanalisi consentono di rispondere ad un quesito ben preciso (la musicoterapia riduce l’agitazione nelle demenze?) attraverso l’analisi statistica dei dati. Si tratta di un approccio più quantitativo rispetto alle revisione sistematiche, che si limitano a riassumere i dati per trovare le prove pertinenti al caso.

Ma ora, vediamole in dettaglio!

Musicoterapia per la demenza e l’agitazione

L’agitazione è un sintomo della demenza, insieme ad ansia, depressione e allucinazioni, che si manifesta con gesti ripetitivi, irrequietezza ed aggressività verso se stessi o gli altri. Contrastarla è fondamentale, in modo da preservare la psiche del paziente e non comprometterne i rapporti sociali. La musicoterapia, in questo caso, potrebbe offrire un valido supporto ai farmaci.

Ma in che modo?

Secondo una recente ipotesi, l’agitazione si sviluppa perché i pazienti non riescono a comunicare. Essi dunque, non potendo esprimere verbalmente emozioni e desideri, diventano irrequieti e aggressivi, isolandosi e facilitando il decadimento delle funzioni cognitive.

Ma la musica – oltre a essere un’arte – è anche una forma di comunicazione: attraverso essa, i musicisti comunicano le loro emozioni agli ascoltatori. Ed scco che le melodie gradite all’ascolto susciteranno piacere, talvolta accompagnato da manifestazioni fisiche (mai provato la pelle d’oca durante il vostro pezzo preferito?).

La musica quindi, aiutando i pazienti ad esprimersi, placa l’agitazione e ha effetti positivi sulle relazioni. Questo è valido per tutte le forme di musicoterapia, come evidenziato in una metanalisi.

Gli autori hanno esaminato i dati provenienti da 12 studi, per un totale di 658 pazienti con demenza, diagnosticata in base ai criteri del DSM-IV. Benché non esente da limitazioni, la metanalisi evidenzia un effetto positivo moderato e stabile della musicoterapia, nei confronti di varie forme di demenza, tra cui l’Alzheimer e la demenza a corpi di Lewy.

Ma non solo: ascoltare la propria musica preferita, almeno due volte al giorno in compagnia, previene il declino cognitivo dovuto all’età. È quanto emerge da una revisione di studi, che ha esaminato gli effetti della musica sulle funzioni cognitive dei pazienti anziani, non affetti da demenza.

Secondo gli autori suddetti, la musica migliorerebbe le funzioni cognitive poiché richiama alla mente i ricordi, ai quali attribuiamo un significato emotivo.

Musicoterapia e Parkinson 

Conosciamo tutti, purtroppo, il morbo di Parkinson. Si tratta della seconda malattia neurodegenerativa più comune, che colpisce 571/100.000 persone solo in Europa. Come ben sappiamo, tra i sintomi cardine del morbo, vi sono l’incapacità di camminare e coordinare i movimenti.

I pazienti, infatti:

  • si muovono con difficoltà, se non quando sottoposti a stimoli molto forti;
  • sono lenti e barcollano;
  • camminano a piccoli passi e ogni tanto si bloccano (freezing).

Questi sintomi si manifestano perché la sostanza nera, cioè la struttura nervosa che facilita i movimenti, è danneggiata nel Parkinson. In condizioni normali, infatti, essa attiva il circuito implicato nella genesi e nella prosecuzione dei movimenti volontari.

Questo circuito, che vediamo illustrato in basso, è costituito da tre componenti principali:
  • corteccia cerebrale;
  • corpo striato, costituito da globo pallido (GP) e putamen (PUT);
  • talamo (THA).

musicoterapia - circuito del movimento
Figura 1: circuito del movimento. La sostanza nera facilita il movimento per attivazione della via diretta stimolatoria (in rosso) ed inibizione della via indiretta inibitoria (in blu).

Senza entrare troppo nei dettagli, diremo che mentre la corteccia prepara al movimento, il corpo striato ne consente la prosecuzione. Alla sostanza nera, invece, spetta il compito di attivare il circuito, e lo fa rilasciando la dopamina nel putamen. In tal modo, quindi, si può camminare o effettuare altri movimenti automatici senza problemi.

Questo, però, avviene nelle persone sane; nei parkinsoniani, invece, la morte della sostanza nera causa il deficit di dopamina e i conseguenti sintomi motori. Nelle fasi iniziali, tuttavia, questi sintomi non sono evidenti, poiché si attiva un meccanismo che compensa la perdita di neuroni nella sostanza nera.

La corteccia cerebrale e il cervelletto, infatti, si attivano in maggior misura per supportare il putamen (l’area che più risente della perdita di sostanza nera, poiché da essa innervato).
Ed è proprio su questo meccanismo che si fonda la riabilitazione motoria musicale.

Il putamen, infatti, non è solo l’area più colpita dal deficit di dopamina, ma è anche quella più sensibile agli stimoli acustici e che segna il ritmo. Una musica ben ritmata, dunque, può attivare o bypassare il putamen, ripristinando la funzionalità del circuito e migliorando l’andatura del paziente.

Secondo gli autori sopraccitati, infatti, essa può:

  • migliorare la simmetria dei passi e la velocità;
  • ampliare la distanza dei passi;
  • ridurre la frequenza del freezing.

Questi effetti, rappresentati nell’immagine sottostante, si protraggono anche dopo l’ascolto.

musicoterapia - effetti sull'andatura
Figura 2: gli effetti del ritmo sull’andatura. Credits: Nombela et al. (2013).
I benefici sulla mobilità e l’equilibrio, inoltre, potrebbero aumentare con un bel… tango!

Il contatto col partner, infatti, amplifica i benefici della musica sui sintomi del Parkinson, perciò le linee guida europee raccomandano il ballo di coppia nei pazienti col morbo.


Schizofrenia e relativi sintomi

La schizofrenia è una forma di psicosi, per la quale non esistono cure ma solo farmaci che controllano i sintomi. Questi si suddividono in sintomi positivi (cosiddetti in quanto produttivi) e sintomi negativi (che, invece, non lo sono), i quali possono compromettere seriamente la qualità di vita del paziente.

Sintomi positivi:
  • visione distorta della realtà (“l’AIDS non esiste”);
  • paranoia (“mi perseguitano”);
  • delirio (“sono Napoleone”);
  • allucinazioni uditive (“sento le voci”);
  • disturbi della parola (si pronunciano frasi sconnesse);
  • scatti d’ira improvvisi;
  • dissociazione emozionale (si ride per una disgrazia).
Sintomi negativi:
  • appiattimento emotivo (non si manifestano emozioni);
  • anedonia (non si prova piacere);
  • abulia (non si è in grado di prendere decisioni);
  • alogia (non si parla e ancor meno si risponde);
  • isolamento;
  • deficit di memoria e altri disturbi cognitivi.

Studi dimostrano che, la musicoterapia in tutte le sue forme, riduce significativamente i sintomi quando associata ai farmaci. Questi benefici, in particolare, sono emersi da ben due metanalisi.

Tuttavia, mentre la prima evidenzia un miglioramento dei soli sintomi negativi, la seconda mostra anche una riduzione dei sintomi positivi e, dunque, degli episodi di violenza.

Da quest’ultima emerge che gli effetti sono significativi a prescindere dalla durata e dalla frequenza delle sedute, nonché dall’estensione della terapia.


Terapia palliativa dei tumori

I risultati di una revisione, che ha esaminato i dati dagli anni ’70 al 2012, evidenziano che la musica può alleviare le sofferenze dei pazienti oncologici sia aumentando la produzione di endorfine, che alleviano il dolore, sia placando l’ansia prima e dopo gli interventi, durante la chemioterapia e la radioterapia.

Ma i pazienti non sono gli unici ad averne bisogno!

Anche chi se ne prende cura può sviluppare ansia e paura, diventando pazienti invisibili, perché i loro problemi vengono sottovalutati. Una ricerca dimostra che, ascoltare 30′ di musica, allevia la tensione emotiva nei caregivers. Tali effetti sono di portata maggiore in presenza delle infermiere, che ricreano un’atmosfera piacevole.


E con questo siamo quasi giunti al termine. Prima, però, vi raccontiamo una curiosità!

L’Effetto Mozart: storia di una controversia

Un famosissimo studio pubblicato su Nature sosteneva che ascoltare Mozart rendesse più intelligenti. Gli autori sono arrivati a questa conclusione dopo aver sottoposto, un gruppo di volontari, all’Allegro con spirito della Sonata in Re, K 488 di Mozart.

Ecco la traccia in questione.

I partecipanti furono sottoposti a delle prove, con lo scopo di valutarne la capacità di ragionamento spazio-temporale.

Ebbene, dopo l’ascolto dell’Allegro con spirito le prestazioni migliorarono in modo inaspettato, seppur temporaneamente, e il fenomeno fu soprannominato Effetto Mozart.

Fu così che, dal momento della sua scoperta, in molti cercarono di replicare i risultati dello studio, ma senza successo. Per questo motivo, un gruppo di ricercatori dell’Università di Vienna, decise di studiare le evidenze disponibili per poter finalmente rispondere al quesito:

Ascoltare Mozart rende più intelligenti?

Gli autori esaminarono i dati provenienti da una quarantina di studi, per un totale di 3000 partecipanti. Ebbene, dalla metanalisi non solo è emerso che il miglioramento delle prestazioni era di piccola entità, ma anche che gli effetti erano simili a quelli generati da altra musica, stimoli non acustici o nessuno stimolo.

Rilassatevi, dunque! Che ascoltiate Mozart, Lady Gaga o i Led Zeppelin, non fa alcuna differenza! 

L’articolo ha uno scopo puramente illustrativo e non sostituisce il parere del medico.

Bibliografia e sitografia
Ti è piaciuto? Condividilo!

Written by

Jessica Zanza

Classe 1987, una laurea in Farmacia e la passione per la divulgazione scientifica. Con Virginia Taddei e Annalisa Ardesi ho fondato Inchiostro Virtuale, attraverso il quale vi coinvolgerò nelle tematiche a me più care: quelle inerenti alla salute e al benessere.
Per contattarmi mandate una mail a j.zanza@inchiostrovirtuale.it