Lee Miller-vasca-Hitler

30 aprile 1945.

Sono circa le tre e mezza del pomeriggio.
Adolf Hitler, arreso all’evidenza della sconfitta, somministra una fiala di cianuro al suo cane Blondi, e alla sua amante (e moglie da appena un giorno) Eva Braun.
Poi anche lui si uccide, ingerendo in un primo momento il veleno, ma chiudendo definitivamente la partita con un colpo di pistola alla testa. Questo se si tralasciano ipotesi, cospirazioni e teorie inquietanti, che lo vorrebbero ancora vivo, almeno fino alla metà degli anni ’80, in Argentina o in Brasile.
Ma preferisco basarmi sulla storia.

Lo stesso giorno, quel 30 aprile, Lee Miller, ex modella e corrispondente di guerra per Vogue, insieme al suo compagno, il fotografo di Life, David Scherman (entrambi ingaggiati dalle loro testate per documentare i diversi scenari della Seconda Guerra Mondiale), entra nell’abitazione in Prinzregentenplatz 16 a Monaco.

Lee Miller nella vasca di Hitler (David Scherman, 1945)
Lee Miller nella vasca di Hitler (David Scherman, 1945)

La fotografia la ritrae dentro una vasca, decorata con le stesse piastrelle quadrate che rivestono la parete alle sue spalle. I vestiti sono piegati con cura su una sedia. Una piccola scultura in marmo, raffigurante una donna in posa classica, la osserva mentre è intenta a insaponarsi la schiena. Nella parte bassa dell’immagine, un paio di stivali sporchi di fango resta in bilico fra la pavimentazione, con un motivo che richiama l’arte musiva, e un tappetino da bagno lercio e consumato.

Non si tratta di una casa qualsiasi. Non è un bagno comune.

Il ritratto, a sinistra del frame, ci aiuta a capire: si tratta della residenza del Führer a Monaco. Quella è la vasca di Hitler, il suo bagno, la sua dimensione più intima e privata.
La fotografa americana entra nell’appartamento, comincia la perlustrazione degli ambienti, fino a quando non finisce in questa stanza e ha un momento che assomiglia a una catarsi: si spoglia, riempie la vasca di acqua, fa levitare la schiuma e poi chiede a David Scherman di ritrarla durante il rito dell’abluzione. Un atto di purificazione fisico, ma anche profondamente simbolico.

Neppure quella giornata è come tutte le altre.

Il fango che si è portata dietro, e resta ostinatamente aggrappato al cuoio degli anfibi ai piedi della vasca, è il fango del Campo di Concentramento di Dachau, che la Miller ha visitato per la prima volta poche ore prima, il giorno dopo la liberazione del lager da parte delle truppe americane.
Non resiste. Con la sua bellezza viva, con quegli occhi fiaccati e liquidi, cerca di scrollarsi di dosso quello che durante la giornata ha impresso sulla pellicola: l’orrore che non si può raccontare, senza che le parole affoghino nei singhiozzi. Lava via lo sporco, i giorni passati e la sofferenza, ma l’acqua non riesce a mitigare il tanfo nauseante che le ha colonizzato le narici, a far scivolare via l’impressione di tutti quegli sguardi vuoti, le ossa che spuntano dalla pelle come rami secchi di una foresta bruciata.

La sua prima reazione fu di incredulità totale. Bloccata, muta, non poteva ammettere l’enormità della carneficina e dei massacri insensati. Coloro che presero parte alla liberazione dei campi conservano nella memoria l’odore, la nauseante puzza da incubo, quasi palpabile e di cui si pensava che non ci si sarebbe mai più liberati. Poi, evocano i corpi impilati come cataste di legname. [1]

Ma la cosa che più ci sgomenta di questo scatto, è l’ordine muto dei portasapone fissati sotto le manopole del rubinetto, la tragica compostezza di quel ripiano, sulla destra, munito di cassetti, certamente pieni di spazzole, pettini, rasoi, forse scatole di trucchi, cerotti. La statuaria quiete di quella curva di lavandino, la commovente semplicità di un luogo funzionale.
Quello che davvero ci turba, a conti fatti, è tutta questa normalità.
Sapere che la stanza da bagno di un mostro è uguale alla nostra stanza da bagno.
Che anche l’incarnazione del male, del peggior male, la mattina passa del tempo davanti a uno specchio, si lava i denti, si fa una doccia, vive, respira, mangia, dorme, sorride. Proprio come noi.

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Lee Miller with David E Scherman, Liberated Prisoners, Dachau, Germany, 1945. @ Lee Miller Archives, England, 2013.

Per anni il cinema di genere, soprattutto quello horror, e oggi il suo naturale prolungamento in forma di serie tv, ha rappresentato la follia nazista come qualcosa di ultraterreno, qualcosa di demoniaco venuto da un altrove per noi incomprensibile: da un lato, per alimentare quel gusto del macabro, quell’ossessione che il Partito Nazional Socialista Tedesco dei Lavoratori è sempre riuscito a insinuare anche nei suoi detrattori più feroci, come se fosse un angolo cieco e buio dell’anima, che non riusciamo completamente a demolire (o una pianta infestante che non sappiamo estirpare); dall’altro per affrancarci dal problema cruciale di guardare in faccia l’abisso e dare una spiegazione razionale per quel cieco dislivello.

Penso a titoli come Dead Snow (2009) di Tommy Wirkola, ambientato in Norvegia, dove un gruppo di feroci nazisti torna a spargere sangue in veste di zombie; alla serie tv The Strain (dal 2014) creata da Guillermo Del Toro, dove un’epidemia di vampirismo, pianificata da un vecchio gerarca nazista trasformato in Strigoi, minaccia New York; o alla prima pellicola diretta da Rob Zombie, La casa dai mille corpi (2003), dove un improbabile medico nazista, il Doctor Satan, talmente vecchio da essere costantemente supportato da bombole d’ossigeno e braccia meccaniche che lo facilitano nei movimenti, compie nel suo laboratorio sotterraneo esperimenti di inaudita crudeltà.
O più semplicemente a L’allievo di Bryan Singer, tratto da un racconto di Stephen King (Un ragazzo sveglio), dove l’incontro con un ufficiale del Reich, nascosto in un quartiere borghese americano, trasformerà tragicamente il giovane protagonista in un individuo sadico e pericoloso.

Questo filone dichiaratamente grottesco e potenzialmente inesauribile, si è sviluppato in parallelo a programmi pseudo-storici trasmessi da reti tematiche come History Channel, dove il fantasma di Hitler e del nazismo, aleggia come una nostalgia perversa, quasi un feticismo deviato, travestito da monito e lezione costruttiva  (I segreti del Terzo Reich, Hunting Hitler, A caccia di Nazisti, L’aereo nazista in Sardegna e così via ad libitum).
Sembra quasi che l’essere umano non sia ancora riuscito, in modo compiuto e sano, a fare i conti con un male tanto sfacciato e assurdo, da sembrare uscito dalla penna di un romanziere particolarmente dotato.
In realtà il lato davvero inquietante di questa vicenda sta proprio in quei rassicuranti portasapone, nel quotidiano, nel conosciuto, che spazza via ogni distanza fra noi e i “mostri”. E in quest’ottica, ancor più sinistra risulterà la pratica di istituzionalizzare il male, l’atto di imbrigliarlo in una struttura burocratica tanto efficiente quanto pedante.

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Lee Miller, Buchenwald, 1945.

Nel saggio-inchiesta di Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), emerge proprio questo aspetto: uomini comuni, uniti da un’obbedienza acritica, capaci di compiere atti atroci, o di essere componenti di un ingranaggio ben oliato che compie mostruosità, senza per certi versi neppure rendersi conto delle conseguenze della loro sottomissione passiva a determinate logiche.
Il libro della Arendt, attraverso l’analisi delle 120 sedute del processo (tenutosi a Gerusalemme nel 1961) ad Adolf Eichmann, responsabile delle deportazioni (del trasporto nello specifico, quindi un burocrate) nei campi di concentramento, mette in evidenza come, l’assenza collettiva di morale nei confronti di determinate scelte, l’accettazione di una riscrittura radicale dei principi umani indiscutibili, resa ancora più disarmante dal fatto di essere condivisa a livello nazionale (tanto da farla rientrare nelle pratiche quotidiane) e legittimata sul piano istituzionale, possa determinare limitazioni e pericoli per le libertà basilari in qualsiasi società che si crede evoluta.

Prendiamo Le benevole di Jonathan Littell (2006), opera letteraria che, seguendo le vicende personali e la carriera dell’ufficiale delle SS Maximilien Aue (personaggio di fantasia), traccia uno degli affreschi più esaustivi e completi sulla parabola discendente del partito Nazionalsocialista dall’entrata in guerra fino alla disfatta.
In questo enorme volume (953 pagine) viene descritto tutto nei minimi dettagli: dalle strutture gerarchiche alle strategie belliche, dalla vita sociale a quella privata di ufficiali e soldati, dalla questione razziale discussa a livello filosofico e ideologico, alle terribili misure messe in atto. Non c’è spazio per l’immaginazione, ogni aspetto della Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, viene messo a nudo.
E la cosa sconcertante che scopriamo leggendo questo libro, è che le infinite discussioni sulla burocrazia militare o i dibattiti sulle peculiarità di un determinato gruppo etnico del Caucaso piuttosto che un altro, per stabilire quale di loro avesse discendenza ebraica e di conseguenza fosse destinato allo sterminio, sono di gran lunga più nauseanti del collaudo di un furgone per trasportare ebrei (dotato di un collegamento al tubo di scappamento che finisce direttamente nel vano di carico), o di una fossa comune in Ucraina dove per pagine e pagine viene descritto uno stillicidio di fucilazioni e il conseguente stoccaggio di cadaveri, come fossero figure del Tetris.
Quello che fa paura è il male quando ci assomiglia, quando è capillare e organizzato, quando si confonde con le scelte razionali e le questioni di sicurezza nazionale, di interesse collettivo. Quando l’assenza di pensiero di cui parlava la Arendt, si maschera da riflessione ponderata.

Running Dog, romanzo del 1978 scritto da Don DeLillo, racconta la ricerca da parte di amatori e collezionisti di una sedicente pellicola cinematografica di carattere amatoriale, che secondo fonti ben informate, avrebbe immortalato un’orgia proprio dentro al bunker che ha ospitato Hitler e le più alte cariche del Reichstag, durante i loro ultimi giorni. Quando sul finale del libro, i protagonisti riescono davvero a mettere le mani sul video e lo guardano, restano interdetti. Non si tratta di un video pornografico, bensì di uno spettacolo organizzato dal Führer per i bambini costretti a restare confinati nel rifugio: le luci si abbassano e il dittatore entra in scena mascherato da Charlie Chaplin, come in una sorta di esilarante ribaltamento, e con le sue gag, imitando pedissequamente l’attore inglese, fa ridere a crepapelle i suoi piccoli spettatori.
Ed è di un’umanità disumana.

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Maurizio Cattelan, Him, 2001

Ma siete proprio sicuri che abbiamo imparato la lezione? Siete sicuri che non accadrà più? Siete sicuri, addirittura, che la guerra sia finita? Per certi versi la guerra non è mai finita, oppure sarà finita solo quando l’ultimo nato l’ultimo giorno di combattimenti morirà di morte naturale, e anche allora continuerà, nei suoi figli e nei figli dei suoi figli, fino a quando finalmente l’eredità si diluisca un poco, i ricordi si sfilaccino e il dolore si attenui, anche se in quel momento tutti avranno dimenticato da un bel pezzo, e tutto sarà da tempo relegato fra le vecchie storie, buone nemmeno a spaventare i bambini, e ancor meno i bambini dei morti e di chi avrebbe desiderato esserlo, morto intendo dire. [2]

Il piccolo Hitler (Him) di Cattelan, inginocchiato e pentito, mentre alza gli occhi al cielo come se chiedesse perdono, non è altro che un piccolo uomo arreso, come lo siamo stati anche noi centinaia di volte da bambini, davanti a un qualsiasi misfatto scoperto e poi punito.

Sarebbe utile ricordarsi che uomini del genere, perfettamente normali, assolutamente comuni, rassicuranti con i loro bagni ordinati, puliti e i portasapone simmetrici, nascono ogni giorno, ovunque.

Alessandro Pagni

[1] E. Grazioli, Corpo e figura umana nella fotografia, Milano, Mondadori, 1998, p.189.
[2] J. Littell, Le benevole, Milano Mondolibri, 2008.

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