politici bugiardi
Nell’era della post-verità, regno dei bugiardi per definizione, il peso delle parole non dipende più da chi le dice.

Mentire è una pratica quotidiana, lo facciamo tutti, a volte per motivi banali e con conseguenze irrilevanti. Mentiamo per addomesticare la realtà, per plasmarla, per controllarla. Ormai la bugia si è fatta regola nella vita di tutti i giorni. Bisogna però sapere quando è il caso di approfondire una bugia e quando invece conviene lasciar perdere. Ovviamente, questo dipende anche da chi è il nostro interlocutore.

Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti. (L. Pirandello, “Uno, Nessuno e Centomila”)

Mentire è un’arte e non tutti ne sono capaci, ma lo stereotipo di mentitori seriali, di bugiardi per definizione, viene incarnato nel comune sentire dalla categoria dei politici. Machiavelli insegna che la politica è un’arte tremendamente difficile e il mondo non è un posto per tipi sinceri.

La politica oggigiorno si basa sulla sistematica abitudine a non dire la verità, a sorvolare la verità, a dire mezze verità, ad omettere la verità. I migliori bugiardi sono quelli che non si rendono conto che stanno mentendo, un po’ quello che accade ad alcuni dei nostri politici, che convincono anche se stessi che stanno dicendo “una” verità. Ma è altrettanto vero che ogni bugiardo ha necessariamente bisogno di un pubblico, di qualcuno che accolga favorevolmente la sua menzogna e la renda quindi reale.

Sono tanto semplici gli uomini e tanto obediscano alla necessità dei presenti, colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare. (N. Macchiavelli, “Il principe”)

Allora il problema è di chi mente o di chi accetta le menzogne che gli vengono propinate? L’Economist ha definito la politica attuale come “politica della post-verità”, basata su affermazioni che sono sentite come vere ma che in realtà non hanno alcun fondamento nei fatti. La politica post-verità non è una invenzione, ma rappresenta la definizione di uno scenario in cui la verità non è falsificata, ma ha assunto piuttosto un’importanza secondaria, tanto per chi la dice quanto per chi la ascolta. Al politico non interessa più se la sua affermazione sia vera o meno; lui ne guarda sola l’utilità in quel contesto e in quel momento, perché le menzogne variano a seconda del pubblico al quale sono rivolte. La menzogna è una “patologia” della politica, per usare una definizione di Hannah Arendt.

La nostra politica ci offre molti personaggi da cui prendere spunto, ma per ragioni di tempo e di economia conviene soffermarsi sui più gettonati:

  • Berlusconi, momentaneamente in panchina, in passato protagonista assoluto di molte vicende controverse, che però aveva la capacità di puntare non tanto sulle menzogne quanto sulle promesse mancate, che comunque tecnicamente non costituiscono menzogne nel vero senso della parola;
  • Salvini, uno dei big al momento, portabandiera di affermazioni al limite del surreale che gli valgono memes esilaranti, addirittura inserito tra i più bugiardi del mondo dal New York Times;
  • Renzi, cantastorie controverso, protagonista della telenovela pre/post referendum costituzionale e della storia infinita della scissione del Pd, “bugiardo seriale” come lo hanno definito Andrea Scanzi prima e Marco Travaglio poi;
  • Grillo, che da quando ha lasciato la professione di comico e si è interessato alla politica, per fortuna o purtroppo, non ha smesso di usare il linguaggio e il tempo di un vero e proprio spettacolo, servendosi di affermazioni per lo più inesatte, ma capaci di sollevare sempre e comunque i bollenti spiriti delle masse in cerca di un’alternativa.

Una volta tanto però non siamo soli in questa sventura. Di politici bugiardi è pieno il mondo, solo che a differenza nostra, in altri paesi, questi bugiardi almeno qualche volta sono accompagnati alla porta ed invitati ad andarsene. Sempre per ragioni di tempo, scelgo di focalizzare la vostra attenzione su quello che era il regno della verità ma dove ormai questa è diventata solo una ideologia di facciata: l’America. La storia insegna che la menzogna è diventata il pane quotidiano e che tutti devono farci i conti: a partire dal presidente Nixon costretto a dimettersi per le proprie menzogne per evitare l’impeachment per il caso Watergate, passando per Bill Clinton, messo in stato d’accusa per aver mentito sotto giuramento sulla relazione con Monica Lewinsky, fino ad arrivare a sua moglie Hillary, definita “bugiarda compulsiva” già nel ’96 e che negli anni non ha fatto che alimentare e aggravare la sua immagine di “liar” inaffidabile e inattendibile, immagine che come un boomerang l’ha punita alle ultime elezioni presidenziali a vantaggio di Trump, definito “la persona più disonesta ad aver mai corso per la casa bianca” da David Brooks durante la campagna elettorale, ed ora considerato uno dei presidenti più bugiardi di sempre, che non perde occasione di incappare in strafalcioni colossali e a dir poco imbarazzanti, per niente aiutato dal suo staff che dovrebbe per lo meno disinstallargli l’applicazione di twitter.

Ora, la domanda sorge spontanea, ci meritiamo politici bugiardi? Possiamo considerarci colpevoli di aver permesso alla politica di fare questo corso? Ci siamo allontanati dalla politica, come se fosse un qualcosa che non ci riguarda abbastanza da vicino, come se fosse qualcosa di cui siamo solamente spettatori. Ma in realtà, i veri attori della politica, sono proprio gli elettori. Senza elettori non potrebbero esistere i politici. La negazione dell’evidenza, che altro non è che l’accettazione favorevole e consapevole delle menzogne, è diventata una caratteristica propria dell’elettorato moderno che accetta colpevolmente di ascoltare le menzogne che più gli convengono e che rifiuta di approfondire davvero la realtà delle cose perché troppo distanti dalla sua comfort zone.

Per quanto ancora permetteremo questo “plagio di massa”, facendoci ammaliare da ricette semplici spacciate per risolvere problemi complessi tra un tweet e un selfie su un social network da questi moderni e sempre nuovi Pinocchio? Vogliamo davvero continuare a viaggiare sempre più verso il Grande Fratello di Orwell?

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