Il gusto del cloro

“Sì, ma adesso non trovare delle scuse per smettere, chiaro?”

Passiamo il nostro tempo a pianificare incontri, a selezionare amicizie, a definire rapporti. Cerchiamo, per quanto possibile, di limitare gli intoppi, di dribblare persone che non ci convincono. Tutto questo per la praticità che ci viene richiesta dalla frenesia dei tempi che viviamo. Non c’è più tempo da perdere, e non vogliamo perderlo.
Però io mi ricordo che le cose migliori della mia vita sono avvenute proprio in modo del tutto fortuito, per un imprevisto, un ritardo, una svista, una sovrapposizione. Per esempio, uno sconosciuto seduto di fronte a noi in treno che, con due parole assolutamente non richieste, ci dona una diversa chiave di lettura di qualcosa a cui noi non avevamo assolutamente pensato. Uno sconosciuto che un po’ ringrazieremo a vita perché non ci ha certo cambiato la vita, d’accordo, ma ha cambiato le nostre prospettive, il nostro sentire, la nostra attitudine mentale. Proseguire arricchiti non è cosa da poco. No.

Il gusto del cloro ha per protagonista un ragazzo che avrà un po’ questo genere di evoluzione. Si tratta di un graphic novel scritto e disegnato da Bastien Vivès, classe 1984. Il fumetto è stato pubblicato da Casterman, nel 2008, ed edito in Italia da Coconino Press, nel 2014.

Uno degli aspetti più interessanti del fumetto in genere, nonché uno dei più disattesi, è quello di essere capaci di narrare con pochi disegni, dialoghi e didascalie ciò che con un libro richiederebbe fiumi di parole. Questa particolarità diviene ancora più marcata quando si descrivono vicende minimali, piccoli episodi di quotidianità di per sé quasi scontati, se non fosse per la valenza intimista, per i turbamenti che provocano nell’intimo dei personaggi.
È il caso del meraviglioso Il gusto del cloro, un fumetto che insegna qualcosa sui fumetti, e che ha vinto diversi premi, quali il premio Rivelazione al Festival di Angoulême, nel 2009, e il premio Attilio Micheluzzi “Miglior fumetto estero” al Comicon di Napoli, nel 2010. Premi che assumono ancora più significato se pensiamo al fatto che Vivès, nel 2008, aveva 24 anni.

“Ci sei mercoledì prossimo?”

Leggere non è esattamente il verbo opportuno per Il gusto del cloro. Forse sarebbe il caso dire scrutare. Meglio ancora sarebbe immergersi. Sì, perché oltre alle motivazioni sopra elencate, questo graphic novel è ambientato quasi totalmente nell’acqua di una piscina.

La trama è semplicissima: un ragazzo senza nome, dopo numerose insistenze da parte del suo fisioterapista, comincia a frequentare una piscina per correggere la sua scoliosi. Sceglie il mercoledì come giorno per questo appuntamento salutare.
Si ritrova solo, a disagio, impacciato in acqua e nei rapporti sociali. Nuota a fatica e con un po’ di ritrosia, dal momento che non si tratta certo di una sua libera scelta. In fondo, lui lo fa solo per scopi terapeutici.
Lentamente, però, scopre il microcosmo bianco e verde della piscina, gli spogliatoi e la folla che frequenta quel posto. Riprende confidenza con l’acqua, con le immagini monotone del soffitto che scorrono sopra la sua testa tra una bracciata e l’altra, e con tutti quei riti buffi che si fanno in piscina per passare il tempo.

Ma ecco che arriva l’elemento di distrazione: una ragazza, anche lei senza nome. Due grandi occhi scuri, intensa e malinconicamente misteriosa. Lui la nota subito perché è diversa dagli altri. Lei dà l’impressione di conoscere bene il fatto suo, di avere fin troppa dimestichezza con l’acqua. E infatti, spalle larghe e tecnica impeccabile, lei ha proprio un passato da atleta di cui ha difficoltà a parlare.
Dopo essersi scambiati qualche sguardo, i due si avvicineranno e cominceranno a parlare, dando vita a un’assidua frequentazione acquatica, fatta di consigli sugli stili natatori, di immersioni, di confronto, di confidenze alternate a lunghissimi silenzi, di detto e non detto, di detto a metà e sott’acqua.
Un rapporto che cresce di mercoledì in mercoledì, che talvolta si esprime più con movimenti che con parole, dove l’unica cosa che conta è ciò che succede tra gli spogliatoi e la vasca.

“Il trucco sta nel coordinare braccia, gambe e respiro.” 

Lo stile di Vivès trova ne Il gusto del cloro la sua definitiva maturazione.

La storia è raccontata lentamente e i testi, scarni ma essenziali e senza didascalie, lasciano il posto a un disegno ipnotizzante e trasparente. L’autore ha la sorprendente abilità di saper collocare e rappresentare i movimenti dei corpi come le bracciate, i respiri trattenuti, le bollicine agli angoli della bocca. Ha, inoltre, un senso innato per il montaggio delle tavole e la prospettiva (suo padre è un pittore di sfondi cinematografici), e le panoramiche di persone in movimento sono molto spesso delle coreografie insuperabili. Tutto ciò farebbe quasi pensare a uno splendido cortometraggio.

Prevalgono, dunque, la fisicità dei soggetti in acqua con la muscolatura delle braccia e delle gambe in tensione, le apnee, le varie espressioni facciali, soprattutto negli snodi fondamentali della vicenda. La cura dei dettagli tratteggiati a matita (costumi da bagno, occhialini, cuffie, scarpe) è ineccepibile.

Nel mondo di superficie, il tratto è più intenso e scattante, attento a carpire le sfumature di figure e volti, mentre le parti anatomiche sommerse, invece, perdono del tutto la linea nera di contorno. Una scelta, questa, che sposta l’attenzione sulla differenza tra la visione fuori dall’acqua (confini netti e colori definiti) e quella sotto l’acqua (realtà più morbida e sfumata).

Il colore, protagonista assoluto de Il gusto del cloro, rende alla perfezione l’atmosfera della piscina, ma anche i suoni e gli odori. Si tratta di quasi 150 pagine di sole scale verde-azzurro-marrone. Scale che si armonizzano del tutto con i corpi rosei e i costumi multicolori; verdi che si fondono a marroni trascendendo in un ipnotismo dei sensi.

Senza dubbio, c’è molto di Gipi nel lavoro di Vivès, ma mentre il fumettista pisano riesce a sconfinare il quotidiano e, nello stesso tempo, a conservarlo perfettamente tale e ordinario, il giovane francese esamina un altro aspetto. Qui non abbiamo l’asperità di Adrian Tomine e nemmeno la nevrosi di Manu Larcenet, no. Il quotidiano di Vivès è fatto di serenità ed equilibrio. Una serenità che, di primo acchito, appare piatta e apatica. Eppure, sotto quel disinteresse apparente, c’è un mondo fatto di speranza, ardore, sentimenti. Basta un incontro casuale con la persona giusta per rimettere in moto certi meccanismi di testa e di cuore. E i protagonisti de Il gusto del cloro accettano serenamente gli eventi per quello che sono. Perché succedono. Perché è la quotidianità.

“Ci ho preso gusto.”

Questo fumetto racconta di ognuno di noi, del quotidiano che arricchisce, di quando abbiamo deciso di metterci alla prova e ci siamo riusciti, non ci siamo riusciti, ci siamo rialzati e ci abbiamo riprovato. È lo sconosciuto che ci tende la mano, più o meno metaforicamente.

Il gusto del cloro è un resoconto in semi-apnea, permeato da toni intimi e personali, sulla vita sociale e sentimentale descritta lentamente, con cadenza costante (con i tempi di una vasca), tra lunghi silenzi e sfiancanti nuotate.
È un gioiello di formazione psicologica che sgorga quasi esclusivamente dalla potenza del disegno e del colore, elementi sufficienti, in questo caso, per la riuscita del graphic novel.

Lui, lei e poi c’è la piscina, quel microcosmo fatto di rituali (sala di accesso per posare le scarpe, spogliatoio, doccia, immersione, successione di vasche), che in questa circostanza ha una duplice funzione curativa, perché sana il corpo e l’anima: ci si tuffa per guarire da ferite, per ripulirsi dalla stanchezza, dalle difficoltà di ogni giorno, per ricaricarsi.

Vivès sfrutta il concetto di insegnamento del nuoto come metafora per un altro genere di insegnamento, ovvero quello dell’amore. Il gusto del cloro non è una storia d’amore: è una storia sull’amore, un percorso di iniziazione alla vita che porterà il protagonista a una maggiore consapevolezza di sé.
Tutto ciò non avviene solo quando il ragazzo si trova in compagnia, ma specialmente durante gli infiniti silenzi e la solitudine. Lui si troverà spesso solo con le sue emozioni, incertezze, nella inabilità di esprimere ciò che sente.
Ma non è l’unico. Basta guardarsi attorno per scoprire che non è il solo a essere tormentato: una signora grassa siede sul bordo della piscina nell’indifferenza totale e un corpulento omosessuale, sotto la doccia, non ha il coraggio di avvicinare il ragazzo, emarginato dalla sua fisicità e sessualità. E la ragazza stessa, pur sorridente e piena di vita, ha i suoi mostri interiori, similmente agli altri nuotatori, dei quali non sapremo mai nulla, così concentrati nel loro mondo personale.
In fin dei conti, il nuoto è, per antonomasia, uno sport solitario.

Poetico e misterioso dall’inizio alla fine, Il gusto del cloro è una storia semplice ed elementare, ma mai banale. È il quotidiano che ti fa crescere, è la passione che ti spinge ad andare avanti, è farsi largo nella vita bracciata dopo bracciata.

Annamaria Marraffa

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Annamaria Marraffa

Hai presente quelle tipe total black, dai capelli rossi? Immaginami estasiata tra dischi, fumetti, film, serie TV, libri, violoncelli. Tra citazioni e suoni, ti farò compagnia, con una tavola di Magnus e una canzone di Fiumani. Se vuoi contattarmi, scrivi a a.marraffa@inchiostrovirtuale.it