il giglio nero

La storia dei bambini cattivi sugli schermi cinematografici ha inizio negli anni cinquanta. La pellicola capostipite di tutti gli evil children è il film statunitense del 1956 The bad seed di Mervyn LeRoy, proposto al pubblico italiano con il titolo (suggestivo quanto, se non più, di quello originale) Il giglio nero. Il film è un’opera drammatica, ricca di inquietanti sfumature noir, e caratterizzata da dinamiche tipiche dei thriller psicologici. Il giglio nero ha uno stile registico sobrio, ma efficace e una fotografia in bianco e nero degna di nota.

The bad seed è tratto da un’opera teatrale di Maxewell Anderson, a sua volta ispirata dall’omonimo romanzo di William March. LeRoy ha portato sullo schermo un film incredibilmente coraggioso e moderno per l’epoca, azzardo che si è dimostrato ben presto una vittoria. La pellicola ha infatti ricevuto quattro nomination agli Oscar: per la migliore attrice protagonista a Nancy Kelly, per la migliore attrice non protagonista a Patty McCormack (tra le più giovani candidate della storia) e Eileen Heckart, e per la miglior fotografia a Harold Rosson. Nonostante non ci sia stata alcuna vittoria, già le sole nomination lasciano bene intendere la qualità indiscutibile del film. Il regista ha scelto di usufruire dello stesso cast della piéce teatrale, con la presentazione e il “saluto” di ognuno degli attori. La pellicola, forse non particolarmente conosciuta in Italia, negli Stati Uniti è considerata un vero e proprio cult.

La bambina protagonista de Il giglio nero è Rhoda, una graziosa bimba di otto anni dai modi impeccabili, lunghe trecce bionde, sempre vestita di tutto punto con gonne romantiche e merletti da bambola di porcellana, obbediente e bravissima ad accattivarsi le simpatie degli adulti che la circondano con moine e furbe dimostrazioni d’affetto, a volte decisamente fuori luogo. Rhoda è molto ambiziosa e astuta, riesce sempre nell’intento di rendersi adorabile agli occhi di chi le sta attorno. L’unico a non fidarsi dell’atteggiamento della bambina è il giardiniere, che in quanto uomo malvagio (per sua stessa ammissione, mentre parla rivolgendosi direttamente al pubblico) riesce a intuire facilmente di avere a che fare con una ragazzina cattiva e senza scrupoli.

Nella prima parte del film, il regista presenta tutti i personaggi della storia: la bambina “perfettina”, ma dai modi prepotenti; la madre, esemplare donna di casa, intelligente e colta, ma molto sola, tormentata dai dubbi sulle sue origini (sospetta di essere stata adottata); il padre di Rhoda, quasi sempre assente perché troppo impegnato con il suo lavoro di militare; la vicina impicciona, ma bonaria, appassionata di psicoanalisi; il giardiniere cattivo, antagonista, ma al tempo stesso ammiratore della scaltrezza della piccola; gli amici della madre, appassionati, non a caso, di criminologia.

Nella fase iniziale LeRoy, oltre a presentare i diversi personaggi, e soprattutto la glaciale ragazzina, mostra abilmente, attraverso i vari dialoghi, la preoccupazione, inizialmente quasi scherzosa e via via sempre crescente, della madre nei confronti dell’ambizione smisurata della figlia.

La storia de Il giglio nero arriva al momento di svolta quando si scopre, attraverso la radio, che durante la gita scolastica uno dei compagni di Rhoda è morto cadendo da un pontile. Sul corpo ripescato erano presenti ferite dalla strana forma di mezzaluna sulla fronte e sulle mani. Il piccolo malcapitato è Claude e udite, udite: è un compagno verso il quale Rhoda serba molto rancore, in quanto vincitore della medaglia come primo della classe.

Christine, la madre della giovane stronzetta, saputo l’accaduto è sconvolta e aspetta preoccupata il rientro della figlia, pensando a cosa dire per farle affrontare lo shock. Ma indovinate un po’? La bambina è tutt’altro che provata e addirittura confessa candidamente di aver trovato l’accaduto emozionante. Rhoda mostra tutta la sua disumana indifferenza, disinvolta chiede di fare merenda e poi esce a pattinare in totale spensieratezza, sotto gli occhi attenti del giardiniere che ne vede sempre più chiaramente l’aspetto sinistro.

Si scoprirà a breve che il bambino annegato aveva avuto una lite con Rhoda, che lo aveva ripetutamente inseguito, sotto gli occhi di vari testimoni, per sottrargli la medaglia da primo della classe.

I sospetti di Christine sulla personalità della figlia aumentano esponenzialmente dopo aver ricevuto la sua maestra e i genitori del piccolo Claude, la cui madre distrutta dal dolore e in palese stato di ubriachezza, si rivolge alla famiglia di Rhoda nella speranza di recuperare la medaglia del figlio, che non era stata rinvenuta col corpo.

La situazione precipita quando la madre di Rhoda casualmente trova il tanto anelato premio di migliore della classe nel portagioie della piccola. Christine, invasa da dubbi e angosce, decide di affrontare la figlia determinata a scoprire la verità. La bambina nega con forza e inanella una serie di bugie.

All’ora di cena Christine ospita suo padre (giornalista famoso per i suoi articoli su celebri assassini) e un suo amico scrittore, e qui il regista ci propone un dialogo molto interessante. I tre, partendo da alcuni fatti di cronaca nera, dialogano circa la possibilità che il male possa non solo scaturire in un essere umano a causa delle particolari condizioni in cui vive, ma anche per cause innate, che niente hanno a che fare con abusi o sevizie subite e con un ambiente disfunzionale. Il male, per l’amico scrittore, potrebbe essere esclusivamente frutto di un seme cattivo.

Dopo cena la stronzetta, con l’intento di distruggere una possibile prova, si dirige verso la fornace con le sue scarpe avvolte in uno strato di carta. Scoperta dalla madre che le chiede con sempre più insistenza di dire la verità, la piccola assassina finirà per confessare l’accaduto. Non solo per sottrarre la medaglia aveva fatto cadere il malcapitato compagno, ma quando questo aveva cercato di risalire sul pontile lo aveva picchiato con la sua scarpa sulla fronte e sulle mani, per questo Claude presentava quei segni di mezzaluna. Come se non bastasse, viene fuori anche l’assassinio, in un’altra circostanza, di un’anziana signora fatta scivolare di proposito sul ghiaccio.

Christine, anche se sconvolta, decide di proteggere la figlia. La scelta, seppur sofferta, di nascondere i misfatti della bambina e di accettare di farle bruciare le scarpe che aveva utilizzato come arma, dipende non solo dal fatto che, ovviamente, le due sono unite dal legame più stretto che possa esistere, ma anche dai sensi di colpa di Christine che ha, nel frattempo, scoperto di essere stata adottata come sospettava, e che in realtà era figlia di una spietata serial killer.

La crudele Rhoda, sentendosi ancor più forte per l’appoggio della madre, è decisa a togliere di mezzo chiunque cerchi di smascherarla, così decide di rinchiudere nel capanno in giardino Leroy (cognome del regista prestato come nome al personaggio), il giardiniere che la importunava con domande sulla morte di Claude, e di appiccare un fuoco per ucciderlo senza alcuna pietà. Dopo di che, con la solita glaciale indifferenza, entra in casa e si mette felicemente a suonare il pianoforte. Sua madre, sentendo le urla di Leroy e al contempo il suono dello strumento, capisce subito che la responsabilità di quella nuova morte è di sua figlia; a questo punto, non riuscendo più a sopportare la sua malvagità, prima le dice di aver gettato nella baia la famosa medaglia e poi decide di ucciderla con una dose massiccia di sonniferi, dopo di che si mette una pistola alla testa per mettere fine anche alla sua esistenza.

Nessuna delle due perderà la vita. Christine finisce in ospedale e Rhoda si riprenderà molto presto dal sonno forzato, determinata a voler recuperare il premio di Claude, che tanto aveva faticato ad accaparrarsi. Così, di notte, esce di nascosto per andare alla baia, cercando di ripescare la medaglia con un retino; ma a questo punto, mentre è china sul molo, un fulmine la colpisce in pieno e Il giglio nero si conclude con la sua morte.

È necessario sottolineare che la conclusione del film non rispecchia il finale del libro da cui è tratto.

A causa del Codice Hays, all’epoca utilizzato come insieme di linee guida per le produzioni cinematografiche statunitensi, la storia ha subìto delle censure. Infatti, il codice prevedeva che non fosse possibile far uscire vittoriosi personaggi malvagi. Così, se nel film ci troviamo di fronte a un finale che fa sopravvivere la madre e, grazie ad un intervento miracoloso della natura, fa morire la perfida protagonista, nel romanzo il tutto si conclude in modo molto più cinico, con la morte della sola Christine, facendo uscire il male, rappresentato da Rhoda, vittorioso.

Il giglio nero, nonostante sia una pellicola decisamente datata, conserva un grande fascino, ha un’ottima regia, che riesce con semplicità a catapultare lo spettatore nelle vicende e a coinvolgerlo emotivamente anche in relazione agli episodi più cruenti che non sono mai rappresentati sullo schermo, se non attraverso i dialoghi successivi o l’abile uso del sonoro.

Inoltre Il giglio nero è il primo film che sfrutta l’immagine della “famiglia perfetta” per creare uno stravolgimento dei classici ruoli, portando lo spettatore a conoscere un “mondo” parallelo in cui dal bambino bisogna proteggersi, a differenza di ciò a cui siamo abituati. La pellicola rappresenta un’assoluta novità nel panorama cinematografico degli anni cinquanta. A riprova di questa originalità, la curiosa scelta del regista Mervyn LeRoy di lasciare un messaggio dopo i titoli di coda:

Avete appena visto un film il cui tema è sorprendentemente differente. Vi preghiamo di non divulgare l’insolito climax di questa storia. Grazie.

Rhoda, Il giglio nero, bellissima come un fiore delicato, ma altrettanto oscura e malvagia, rappresenta senza dubbio il personaggio capostipite di tutti quei bambini diabolici che invaderanno successivamente le sale.
Ti è piaciuto? Condividilo!