deforestazione

I cambiamenti climatici passano anche dalla deforestazione, un fenomeno sottovalutato dai più ma che, in realtà, rappresenta una delle piaghe più imponenti della società moderna: infatti, il 25-30% dei gas serra rilasciati ogni anno nell’atmosfera, provengono proprio dalla deforestazione.

La deforestazione alla base del cambiamento climatico

Uno dei fenomeni alla base dei cambiamenti climatici, di cui sempre più spesso sentiamo parlare, è rappresentato dalla deforestazione, che inevitabilmente si pone al vertice della catena di concause che alimentano l’effetto serra: infatti, la distruzione delle foreste riduce la capacità di assorbimento naturale dei gas serra, accelerandone il processo di concentrazione nell’atmosfera terrestre e determinando il surriscaldamento del globo. In un rapporto della FAO del 2016 si può osservare come, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010, siano stati rasi al suolo oltre 7 milioni di ettari di foresta: le perdite più elevate si sono registrate nelle zone tropicali e il 40% di questi territori sono stati convertiti in campi coltivati.

Perché questa osservazione è particolarmente rilevante?

Lo studio Are the Impacts of Land Use on Warming Underestimated in Climate Policy?”, pubblicato su Environmental Research Letters da un team di ricercatori statunitensi, dimostra che:

la deforestazione e il successivo utilizzo di terreni per l’agricoltura o il pascolo, in particolare nelle regioni tropicali, contribuiscono maggiormente al cambiamento climatico rispetto a quanto precedentemente pensato e, anche se venissero eliminate tutte le emissioni di combustibili fossili ma i tassi di deforestazione tropicali continuassero ad essere costanti fino al 2100, non saremmo in grado di limitare ad 1,5 gradi l’aumento del riscaldamento globale.

L’eccessivo abbattimento degli alberi non comporta solo un aumento della produzione di CO2, ma anche un aumento notevole del rischio di frane, alluvioni e smottamenti del terreno, oltre che enormi danni alla biodiversità, aspetto questo sicuramente meno conosciuto e considerato.

La foresta Amazzonica, il bacino del Congo e l’Indonesia sono da sempre considerati i polmoni del pianeta ma la deforestazione, che qui si è manifestata e continua a manifestarsi ai massimi livelli, ne ha determinato il primato per produzione di gas serra al mondo.

Il protocollo di Kyoto, che regolamentava le emissioni di carbonio, non aveva originariamente incluso la deforestazione, ritenendo che la soluzione di maggior impatto per fermare il riscaldamento globale fosse limitare il mercato di carbonio.

Gli accordi di Parigi per ridurre le emissioni

Per questo motivo, nel dicembre 2015, a Parigi, 195 Paesi hanno firmato un accordo storico che prevede l’impegno a ridurre le emissioni inquinanti in tutto il mondo. L’accordo contiene sostanzialmente quattro punti fondamentali:

  1. mantenere l’aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi;
  2. limitare l’incremento delle emissioni di gas serra in previsione del raggiungimento, nella seconda parte del secolo, di una produzione sufficientemente bassa da poter essere assorbita naturalmente;
  3. controllare i progressi compiuti ogni cinque anni;
  4. versare 100 miliardi di dollari ogni anno ai Paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti.

Il presidente Trump, che nel giugno 2017 ha annunciato la sua decisione di ritirarsi dagli accordi di Parigi sul clima perché, a suo avviso, non vantaggiosi per gli USA, ora sembrerebbe disposto a fare un passo indietro, ma solo se questi venissero modificati sostanzialmente. A tutti gli effetti, però, sono ancora poche le nazioni che stanno drasticamente riducendo le proprie emissioni e, molto spesso, predicano bene ma razzolano male.

È inutile controllare il proprio patrimonio boschivo, se poi si partecipa al commercio di prodotti derivanti dalla deforestazione in altri Paesi: tra il 2000 e il 2012, infatti, la superficie complessivamente disboscata per alimentare i consumi europei ammonterebbe a circa 2,4 milioni di ettari. Non solo, largamente diffuso è ancora lo scetticismo di chi non crede che l’attività dell’uomo sia la causa principale del rapido mutamento climatico, nonostante le prove di forza con cui sempre più di frequente la natura manifesta i cambiamenti del clima.

Gli scienziati sono concordi nel ritenere che, se anche smettessimo di emettere anidride carbonica dalla combustione di fossili oggi, non riusciremmo a fermare il riscaldamento globale. Dal momento che l’unica capacità riconosciuta all’uomo nel corso dei secoli è stata quella di sapersi adattare, se davvero volessimo mettere in pratica soluzioni efficaci in grado di rallentare i cambiamenti climatici, in attesa di un futuro incerto e imprevedibile, dovremmo partire dal basso, cioè da quella catena di cui abbiamo parlato all’inizio, che parte proprio dalla deforestazione.

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Written by

Virginia Taddei

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Oltre a scrivere articoli, mi occupo dei social collegati alla webzine: twitter, facebook e instagram.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it