Colville Steven Gilbert

“Capisci, io non ho fatto male a nessuno, ho solo fatto uno stupido furto con scasso, non ero neanche armato!”

Raccontare la storia della pubblicazione di Colville, è necessario e doveroso, e innesca nel lettore il perfetto meccanismo di curiosità che si dovrebbe avere nei confronti di un testo.
Colville è un graphic novel di genere che si pone tra il thriller e il noir, nato dalla matita dell’autore canadese Steven Gilbert, e pubblicato dalla magica Coconino Press alla fine del 2017, la quale ne acquisisce i diritti di riproduzione e distribuzione mondiali.

Le vicende di questo fumetto non cominciano nel 2017, ma esattamente 20 anni prima. Prima di arrivare al 1997, però, bisogna aprire una parentesi più recente: nel 2015, Ratigher ci regala un articolo in cui accenna a un libro singolare, un fumetto americano misterioso, incompiuto e introvabile, il cui nome aveva iniziato a incuriosire anche fumettisti come Frank Santoro. L’autore di PompeiStoreyville ha raccontato, infatti, di essere rimasto affascinato da un libro maledetto, difficile da recuperare, scritto e disegnato da un tizio sconosciuto e praticamente irrintracciabile.

Se internet può servire a qualcosa, è a ritrovare persone: infatti, a seguito di una delle tante discussioni lanciate sui forum intorno all’identità dell’ignoto creatore di questo fumetto fantasma, fu lo stesso Gilbert a chiarire qualche dubbio, tra l’altro sbalordito dal fatto che qualcuno si ricordasse ancora di lui e del suo fumetto dopo tutto quel tempo. Colville, del resto, fu soltanto uno spillato di appena 64 pagine autoprodotto e distribuito da Gilbert stesso alla Small Press Expo, fiera del fumetto indie americano, e che, dopo il 1997, non aveva avuto alcun seguito, così come non aveva avuto fortuna la carriera da fumettista di Gilbert, che alla fine degli anni ’90 aprì un negozio di fumetti a Newmarket.

Tornando all’articolo del 2015, le scarne informazioni raccolte su Colville e sul suo autore erano sufficienti, secondo Ratigher, per continuare a seguirne da lontano gli sviluppi. Passano mesi e ci ritroviamo nel 2017, anno in cui Gilbert decide di pubblicare una nuova e definitiva edizione del fumetto in inglese, che comprende 100 pagine in più. Ratigher, appresa la notizia, non ci pensa sopra due volte, scrive un’email a Gilbert e gli chiede una copia del manufatto.
La storia della pubblicazione di Colville ha un finale da favola perché Ratigher, nel frattempo, è diventato direttore artistico della Coconino Press. Secondo voi quale fumetto fa tradurre e pubblicare per primo? Eh!

“Ti viene mai voglia di andare via da qui? Da Colville, intendo.”

La prima sequenza di Colville è fondamentale per tante ragioni. Si vede un uomo che corre. Farà footing? No! In realtà, è inseguito da un altro uomo armato di pistola. Il primo uomo cade, forse svenuto, forse morto, quando il secondo si avvicina. Gli darà il colpo di grazia? Non si sa, non si vede, non si capisce. Sappiamo solo che si allontana e che la scena cambia totalmente.

Ora siamo nella High School di Colville, “un paesino dell’Ontario meridionale, in Canada, all’inizio degli anni ’90”, di soli 2351 abitanti. Si vedono alcuni adolescenti. Tra di loro c’è David, un ragazzo con un trascorso da delinquente, che sta ai domiciliari per furto con scasso. David adora disegnare fumetti (il suo mito è Alan Moore) e ha una ragazza, Tracy, che frequenta la stessa scuola e a cui confida tutto. Le confida anche che ha ripreso contatti con Van, suo complice di crimine al quale non dovrebbe nemmeno avvicinarsi. David si lascia convincere ad accettare un ultimo incarico malavitoso: ci sono una moto da cross da rubare e un compratore disposto a pagare 2000 dollari. I ragazzi si dividerebbero il bottino: 1000 dollari, a quell’età, fanno davvero comodo, tanto più che David e Tracy sognano di andarsene lontano, magari in Florida o in California. Con quello che avanza, si potrebbe sempre pensare a stampare qualche copia del fumetto che David sta scrivendo.

Tracy ci prova a metterlo in guardia, soprattutto perché conosce Alan Gold, l’uomo a cui deve rubare la moto, il quale non è esattamente uno stinco di santo: è stato in galera per rapina a mano armata, spaccia droga ai ragazzini delle superiori ed è il capo dei Satan’s Angels, una banda di motociclisti su cui aleggiano cose agghiaccianti. “È uno a cui è meglio non rompergli i coglioni”, gli dice Tracy.

Nonostante gli avvertimenti, David va avanti per la propria strada. Il crimine lo compie ma niente va come previsto, anzi, si innescherà una spirale di violenza assurda e senza senso. Da questo punto in poi, Colville racconterà solo l’impensabile: sadismo, follia, tortura, depravazione, mancanza di empatia, disperazione.
I personaggi che si aggiungeranno non saranno affatto positivi e contribuiranno a creare un circolo vizioso di criminalità e perversione, nel quale verranno risucchiati ineluttabilmente.

“Questa sì che è una giornata perfetta! Cazzo, Karla, sto così bene che neanche tu potresti rovinarmi l’umore!”

Colville si compone di 190 tavole di un graffiante e spettrale bianco e nero, molte delle quali senza parole.
Il tratto di Gilbert è ruvido, secco e incisivo, perfetto per l’atmosfera cupa del fumetto, e fa un uso incredibile di luce e ombra, caratteristica che rende Colville ora inquietante, ora misterioso, ora incomprensibile.
La narrazione, fredda e silenziosa, è ridotta all’osso e i dialoghi sono terribilmente e dolorosamente realistici per una storia disperata, dall’incedere lento ma inesorabile.

La sequenza iniziale viene riproposta diverse volte all’interno del fumetto, da diverse angolazioni e dal personale punto di vista dei tanti protagonisti, fino a capirne l’importanza, fino a ricostruire, pagina dopo pagina, gli eventi che hanno portato allo sfacelo.

Colville potrebbe essere considerato un classico dell’underground americano, un Daniel Clowes senza linee curve e con molto più tratteggio. Sono i volti e le espressioni dei protagonisti, sempre molto comunicativi, a trasmettere il senso di disagio della vicenda.
Il marcio che pervade i personaggi è sottolineato dagli inquietanti e laconici scorci di Colville: campi, ponti, oggetti abbandonati e abitazioni immerse in un’oscurità pregna e dolente. Tutto ciò rende il racconto soffocante e straniante, e si ha la netta sensazione di non avere via di scampo, dove le uniche alternative consistono nel vivere in maniera tranquilla o disperata.

“E a te, Tracy, ti va di vedere un film?”

Colville è un piccolo gioiello, anche se macabro, anche se chiuso, anche se inaccettabile. È un racconto corale dove l’irrazionalità della violenza governa le esistenze dei personaggi. È una lettura centripeta, disorientante, dura e nichilista che ci avvicina a un universo spietato ed estraneo ai più, ma comunque presente nella quotidianità di qualcuno.

Gilbert ha dichiarato di essere stato influenzato da Blue Velvet e Twin Peaks di David Lynch. Proprio come la serie TV più bella di tutti i tempi, un cuore oscuro e crudele batte dietro all’apparenza idilliaca di questo paesino canadese immerso in una splendida cornice di boschi e fiumi.
Volendo individuare dei corrispettivi letterari, Colville ricorda le atmosfere torbide di libri come Compulsion di Meyer Levin e A sangue freddo di Truman Capote: i protagonisti sono sprovveduti che provano a ribellarsi a un destino incolore o stupidi che reagiscono a tutto con la violenza.
Come afferma Sean Rogers del The Comics Journal, “la violenza non è qualcosa da cui questi personaggi si allontanano, come avrebbero fatto in un qualsiasi altro thriller innocuo: al contrario, li tormenta, li definisce, oppure li possiede completamente. A Colville, la violenza è una rottura nel tessuto dell’esistenza”.

Dunque, sapete che con questo fumetto non troverete spiragli, buonismi e vie di fuga, se non la consapevolezza di avere a che fare con qualcosa di speciale.
In Colville c’è tutta la merda che non vorreste né vedere, né leggere. Colville è lo snuff movie che non volete vedere ma che dovrete vedere. Da Colville non si scappa, a Colville non si trova salvezza.

Ultimo consiglio: leggete queste due bellissime interviste rilasciate da Gilbert qui e qui.

Annamaria Marraffa

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